Vita nello Spirito

Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

Domenica, 18 Gennaio 2026 09:20

Battesimo del Signore - Anno A

Battesimo del Signore - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Is 42,1-4.6-7

Dal libro del profeta Isaia
 

Così dice il Signore:
«Ecco il mio servo che io sostengo,
il mio eletto di cui mi compiaccio.
Ho posto il mio spirito su di lui;
egli porterà il diritto alle nazioni.

Non griderà né alzerà il tono,
non farà udire in piazza la sua voce,
non spezzerà una canna incrinata,
non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta;
proclamerà il diritto con verità.
Non verrà meno e non si abbatterà,
finché non avrà stabilito il diritto sulla terra,
e le isole attendono il suo insegnamento.

Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia
e ti ho preso per mano;
ti ho formato e ti ho stabilito
come alleanza del popolo
e luce delle nazioni,
perché tu apra gli occhi ai ciechi
e faccia uscire dal carcere i prigionieri,
dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre».


Salmo Responsoriale Sal 28 (29)

Il Signore benedirà il suo popolo con la pace.

Date al Signore, figli di Dio,
date al Signore gloria e potenza.
Date al Signore la gloria del suo nome,
prostratevi al Signore nel suo atrio santo.
 
La voce del Signore è sopra le acque,
il Signore sulle grandi acque.
La voce del Signore è forza,
la voce del Signore è potenza.
 
Tuona il Dio della gloria,
nel suo tempio tutti dicono: «Gloria!».
Il Signore è seduto sull’oceano del cielo,
il Signore siede re per sempre.

 
Seconda Lettura At 10,34-38
 
Dagli Atti degli Apostoli
 
In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga.
Questa è la Parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, annunciando la pace per mezzo di Gesù Cristo: questi è il Signore di tutti.
Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui».
 
Canto al Vangelo (Mc 9,6)


Alleluia, Alleluia

Si aprirono i cieli e la voce del Padre disse:
«Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!».

Alleluia, Alleluia

 

Vangelo Mt 3,13-17

Dal Vangelo secondo Matteo
 

In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare.
Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

 

OMELIA
 
Giovanni il Battista e Gesù.
Due uomini vicinissimi nel tempo, nello spazio, perfino nell’acqua del Giordano. Eppure, lontanissimi. Lontani nel modo di guardare l’uomo, di pensare il destino, di immaginare Dio.
Giovanni è figlio di un immaginario apocalittico, duro, urgente. Le sue parole bruciano: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque frutti degni della conversione. La scure è posta alla radice degli alberi» (Mt 3,7.10).
Per lui l’uomo è leggibile a partire dal peccato. È segnato, ferito, storto fin dall’origine. E tuttavia Giovanni crede che qualcosa si possa fare: atti giusti, opere degne, una vita raddrizzata potrebbero forse placare Dio, allontanare la falce, sospendere la sentenza di morte.
Gesù di Nazareth, stando ai vangeli, sembra muoversi in tutt’altra direzione. Non nega il male, ma non lo assume come chiave interpretativa dell’umano. L’uomo, per Gesù, non è sbagliato a prescindere. Il suo Dio non è il Dio dei morti, ma dei vivi. E il Regno non è una promessa differita: è una possibilità da incarnare qui, ora, nella carne della storia.
Anche Gesù entra nell’acqua. Entra nella morte simbolica, anticipo di una discesa più radicale. Ma non come gesto espiatorio, né come atto penitenziale. Entra nell’acqua come scelta: scegliere la vita reale, quella feriale, imperfetta, concreta. Convinto che sia solo lì, e non altrove, che l’umano può lentamente ascendere. E lo fa attraverso una sola modalità: l’amore.
Nel suo cammino terreno non troviamo sacrifici offerti a Dio, né pratiche di purificazione, né itinerari di conversione per guadagnarsi il cielo. Troviamo invece corpi toccati, ferite accolte, fame condivisa. Nei testi non si racconta di un Battista che guarisca, che spezzi il pane, che si lasci ferire dal dolore dei poveri. Giovanni è concentrato su Dio, tutto proteso verso la propria salvezza. Ma dimentica un dettaglio decisivo: che “la via più breve verso Dio passa sempre per i fratelli” (Doroteo di Gaza).
Gesù, al contrario, restituisce la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, la dignità ai corpi spezzati. Dona pane agli affamati, vita ai morti, vino – cioè gioia, abbondanza, festa – a una tavola di nozze. È solo incarnando uno stile altro, uno stile di vita buona, che il cielo si apre: «si aprirono per lui i cieli».
Il cosiddetto paradiso, allora, non è il premio riservato ai giusti. È una condizione dell’esistere, accessibile qui e ora, per chi si impegna a far spazio al bene. Non un domani da attendere, ma un presente da abitare. E subito appare lo Spirito: forza creatrice, generativa, la stessa che aleggiava sulle acque all’inizio, come racconta la Genesi. Dove c’è amore, qualcosa ricomincia. Avviene una vera e propria ri-creazione. Il passato non è più una condanna, e l’umano può finalmente compiersi.
Lasciamo allora Giovanni il Battista – e tutti i predicatori di tristezza – nel luogo che più gli appartiene, il deserto.
E immergiamoci nella vita.
Perché è lì, solo lì, che la creazione continua a nascere. Ogni volta, come se fosse la prima.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 18 Gennaio 2026 09:12

II Domenica dopo Natale - Anno A

II Domenica dopo Natale - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Sir 24,1-4.12-16

Dal libro del Siracide
 

La sapienza fa il proprio elogio,
in Dio trova il proprio vanto,
in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria.
Nell'assemblea dell'Altissimo apre la bocca,
dinanzi alle sue schiere proclama la sua gloria,
in mezzo al suo popolo viene esaltata,
nella santa assemblea viene ammirata,
nella moltitudine degli eletti trova la sua lode
e tra i benedetti è benedetta, mentre dice:
«Allora il creatore dell'universo mi diede un ordine,
colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda
e mi disse: "Fissa la tenda in Giacobbe
e prendi eredità in Israele,
affonda le tue radici tra i miei eletti" .
Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creata,
per tutta l'eternità non verrò meno.
Nella tenda santa davanti a lui ho officiato
e così mi sono stabilita in Sion.
Nella città che egli ama mi ha fatto abitare
e in Gerusalemme è il mio potere.
Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso,
nella porzione del Signore è la mia eredità,
nell'assemblea dei santi ho preso dimora».


Salmo Responsoriale Sal 147

Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi.

Celebra il Signore, Gerusalemme,
loda il tuo Dio, Sion,
perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte,
in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli.
 
Egli mette pace nei tuoi confini
e ti sazia con fiore di frumento.
Manda sulla terra il suo messaggio:
la sua parola corre veloce.
 
Annuncia a Giacobbe la sua parola,
i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun'altra nazione,
non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi.

 
Seconda Lettura Ef 1,3-6.15-18
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini
 
Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo.
In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo
per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità,
predestinandoci a essere per lui figli adottivi
mediante Gesù Cristo,
secondo il disegno d'amore della sua volontà,
a lode dello splendore della sua grazia,
di cui ci ha gratificati nel Figlio amato.
Perciò anch'io [Paolo], avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell'amore che avete verso tutti i santi, continuamente rendo grazie per voi ricordandovi nelle mie preghiere, affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi.
 
Canto al Vangelo (Cf. 1Tm 3,16)


Alleluia, Alleluia

Gloria a te, o Cristo, annunciato a tutte le genti;
gloria a te, o Cristo, creduto nel mondo.

Alleluia, Alleluia

 

Vangelo Gv 1,1-18

Dal Vangelo secondo Giovanni
 

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l'hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.

 

OMELIA
 
«A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1, 12).
Queste parole parlano d’una possibilità iscritta nell’umano, da sempre.
‘Diventare figli di Dio’ non è tanto uno status da raggiungere, ma un compito, un lento processo di emersione, un venire alla luce che matura nel tempo. È permettere a ‘ciò che siamo in profondità’ – il nostro Sé autentico – di affiorare, senza forzature, come qualcosa che attende solo di essere riconosciuto, custodito, fatto crescere.
‘Essere figli’ è come riconoscere una parentela. Scoprire di appartenere alla stessa sostanza della vita, alla medesima energia creatrice, Dio se vogliamo chiamarlo così. Portiamo già in noi questa qualità divina, la forza capace di espandersi, di prendere forma, di trasformare l’esistenza. Una scintilla che attende solo di diventare fuoco. È quello che alcuni chiamano ‘Sé autentico’, altri Amore, altri Coscienza, Dio…
«A quanti lo hanno accolto…».
Accogliere è dare spazio, coltivare, prendersi a cuore questo principio divino che ci abita. Lasciarlo crescere, praticarlo ogni giorno. Gesù di Nazareth è l’uomo che ha fatto tutto questo, fino a diventare trasparente al divino stesso che l’abitava, ‘Figlio di Dio’, appunto.
Il vangelo è in fondo l’invito a portare l’umano alle sue estreme conseguenze. A vivere secondo la propria natura più profonda, e la nostra natura più profonda è – come si è detto – il divino stesso, l’Amore, il Sé autentico…. Per cui vivere secondo questa nostra ‘Sorgente’ significa renderci disponibili a lasciare che l’amore diventi criterio, misura, respiro dell’esistenza.
‘Diventare figli’ è dunque un atto di responsabilità, prendersi cura della vita che ci è stata affidata; fidarsi della vita che ci attraversa. Credere nella possibilità di realizzazione che ci abita; riconoscere che la creatività dell’amore è una responsabilità personale, una scelta quotidiana, una pratica concreta.
Non si tratta di ‘avere fede in un Dio’. Siamo noi a dover avere fede anzitutto in noi stessi, e credere nella possibilità di realizzazione che Dio ci ha donato.
Ciascuno porta già in sé il potere di compiersi. Di dare forma alla propria umanità. Di lasciar emergere la luce che lo governa. Quando questa potenzialità viene abitata, coltivata, incarnata, la vita fiorisce.
‘Diventare figli’ significa dunque ‘venire alla luce di sé’. Permettere che l’Amore – il principio che ci costituisce – diventi carne. Rendere visibile, nella trama quotidiana dell’esistenza, ciò che abbiamo imparato a chiamare Dio. In una parola: vivere in modo tale che la vita, guardandoci, possa riconoscersi.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 18 Gennaio 2026 09:04

II Domenica del tempo ordinario - Anno A

II Domenica del tempo ordinario - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Is 49,3.5-6

Dal libro del profeta Isaia
 

Il Signore mi ha detto:
«Mio servo tu sei, Israele,
sul quale manifesterò la mia gloria».
Ora ha parlato il Signore,
che mi ha plasmato suo servo dal seno materno
per ricondurre a lui Giacobbe
e a lui riunire Israele
- poiché ero stato onorato dal Signore
e Dio era stato la mia forza -
e ha detto: «È troppo poco che tu sia mio servo
per restaurare le tribù di Giacobbe
e ricondurre i superstiti d'Israele.
Io ti renderò luce delle nazioni,
perché porti la mia salvezza
fino all'estremità della terra».


Salmo Responsoriale Sal 39 (40)

Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà.

Ho sperato, ho sperato nel Signore,
ed egli su di me si è chinato,
ha dato ascolto al mio grido.
Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo,
una lode al nostro Dio.

Sacrificio e offerta non gradisci,
gli orecchi mi hai aperto,
non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.
Allora ho detto: «Ecco, io vengo».

«Nel rotolo del libro su di me è scritto
di fare la tua volontà:
mio Dio, questo io desidero;
la tua legge è nel mio intimo».

Ho annunciato la tua giustizia
nella grande assemblea;
vedi: non tengo chiuse le labbra,
Signore, tu lo sai.

 
Seconda Lettura  1Cor 1,1-3
 
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
 
Paolo, chiamato a essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Sòstene, alla Chiesa di Dio che è a Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata, insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!
 
Canto al Vangelo (Gv 1,14a.12a)


Alleluia, Alleluia

Il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
a quanti lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio.

Alleluia, Alleluia

 

Vangelo Gv 1,29-34

Dal Vangelo secondo Giovanni
 

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: "Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me". Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell'acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell'acqua mi disse: "Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo". E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

 

OMELIA
 
Il Battista vede Gesù venire verso di lui e pronuncia parole pesanti, cariche di secoli:
«Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29).
Alle orecchie di un ebreo questa frase evocava capri espiatori, il sacrificio, l’idea di una colpa da rimuovere, di un male da scaricare su qualcuno. Un intero universo simbolico si metteva in moto.
E tuttavia, con Gesù, questa narrazione di fatto si interrompe. O meglio: avrebbe dovuto interrompersi. Gesù non ha mai letto la propria vita — tantomeno la sua morte — come un atto redentivo in senso sacrificale. Non si è mai pensato come l’“agnello di Dio”, né come un capro espiatorio incaricato di togliere il peccato da questo mondo. Non aveva alcuna coscienza di dover espiare colpe altrui, né di dover versare il proprio sangue per placare un dio assetato e irato. Questa lettura nascerà dopo, soprattutto con Paolo e con il Vangelo di Giovanni, e da lì verrà trasmessa fino a noi, impregnando profondamente la teologia cristiana e la liturgia di una visione espiatoria e sacrificale della salvezza. Una narrazione potente, certo, ma non originaria. Una rilettura posteriore, che ha finito per sovrapporsi alla vicenda storica e al messaggio concreto di Gesù di Nazareth.
Oggi dobbiamo avere il coraggio di fare un passo avanti, e dirlo con forza: il peccato non è innanzitutto una lista di infrazioni morali, né un debito da saldare con Dio. Questa è una caricatura tardiva. Il peccato è un fallimento dell’amore. È un amore che non raggiunge il suo scopo, che manca il bersaglio e per questo ferisce — prima di tutto chi lo vive. È un amore storto, impazzito, ripiegato su di sé. Un amore che consuma invece di generare.
Il vero peccato è l’incapacità di amare senza distruggere. E il mondo ne è pieno.
Quando il Vangelo parla di “salvezza”, allora, non sta promettendo un risarcimento ultraterreno, né un condono spirituale. Sta indicando una possibilità molto più concreta e molto più esigente: essere salvati dalla nostra incapacità di amare.
Gesù non viene a togliere il male come si rimuove un ostacolo. Viene a portarlo. A stare dentro il disastro delle nostre relazioni, dei nostri desideri, dei nostri egoismi. Il verbo usato non indica una cancellazione, ma un’assunzione. Qualcuno che prende su di sé il peso di un’umanità che non sa più amare senza ferire.
Questo è scandaloso, perché ci toglie ogni alibi religioso. Non possiamo più nasconderci dietro la colpa, né aspettare una salvezza che accada al posto nostro. La salvezza è imparare un altro modo di amare. E costa.
Il Battista dice che su Gesù rimane lo Spirito Santo. Non lo sfiora, non lo visita: rimane.
Lo Spirito è la forza della vita che insiste, che crea, che ricrea. È l’energia che attraversa la materia, che fa germogliare, che spinge in avanti l’esistenza. Gesù è l’uomo totalmente attraversato da questa forza. Non perché evade il mondo, ma perché lo attraversa senza chiudersi, senza indurirsi, senza smettere di amare.
Per questo è chiamato “Figlio di Dio”. Non perché possieda una natura diversa dalla nostra, ma perché vive pienamente ciò che Dio è: vita che genera vita. Chi ama così sta agendo da Dio. Chi cura, chi apre spazio all’altro, chi si dona perché l’altro possa diventare sé stesso, rende Dio presente qui e ora.
Gesù è il Figlio perché è l’uomo compiuto. L’uomo che non ha tradito la propria vocazione all’amore. È il sogno di Dio realizzato nella carne.
E allora il Vangelo non accarezza per tranquillizzare, ma toglie i veli. Non distribuisce assoluzioni facili, ci mette invece a nudo davanti a noi stessi. Ma soprattutto non indica scorciatoie rassicuranti perché alla fine ci invita a crescere, fino alla misura piena dell’umano. Se questa è la salvezza, allora smettiamola di chiedere a Dio di salvarci dal mondo. Si cominci invece ad amare da Dio, dentro il mondo. Si accetti di crescere, di perdere l’innocenza, di lasciare i meccanismi sterili dell’ego. Solo così — e non prima — diventeremo veramente umani. Solo così potremo dirci, senza retorica, figli e figlie di Dio.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica tra l'ottava di Natale - Santa Famiglia - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Sir 3,3-7.14-17a

Dal libro del Siracide
 

Il Signore ha glorificato il padre al di sopra dei figli
e ha stabilito il diritto della madre sulla prole.
Chi onora il padre espìa i peccati e li eviterà
e la sua preghiera quotidiana sarà esaudita.
Chi onora sua madre è come chi accumula tesori.
Chi onora il padre avrà gioia dai propri figli
e sarà esaudito nel giorno della sua preghiera.
Chi glorifica il padre vivrà a lungo,
chi obbedisce al Signore darà consolazione alla madre.
Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia,
non contristarlo durante la sua vita.
Sii indulgente, anche se perde il senno,
e non disprezzarlo, mentre tu sei nel pieno vigore.
L’opera buona verso il padre non sarà dimenticata,
otterrà il perdono dei peccati, rinnoverà la tua casa.


Salmo Responsoriale Sal 127 (128)

Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie.

Beato chi teme il Signore
e cammina nelle sue vie.
Della fatica delle tue mani ti nutrirai, 
sarai felice e avrai ogni bene

La tua sposa come vite feconda 
nell’intimità della tua casa;
i tuoi figli come virgulti d’ulivo 
intorno alla tua mensa

Ecco com’è benedetto
l’uomo che teme il Signore.
Ti benedica il Signore da Sion.
Possa tu vedere il bene di Gerusalemme 
tutti i giorni della tua vita!

 
Seconda Lettura  Col 3,12-21
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi
 
Fratelli, scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro.
Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie!
La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori. E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre.
Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come conviene nel Signore. Voi, mariti, amate le vostre mogli e non trattatele con durezza. Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino.
 
Canto al Vangelo (Col 3,15a.16a)


Alleluia, Alleluia

La pace di Cristo regno nei vostri cuori;
la parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza.

Alleluia, Alleluia

 

Vangelo Mt Mt 2,13-15.19-23

Dal Vangelo secondo Matteo
 

I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».
Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio».
Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino».
Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».

 

OMELIA
 
Giuseppe dorme, e il Mistero gli apre gli occhi alla realtà, rendendola possibile e abitabile. Un invito a uscire da una vita vissuta per inerzia per cominciare a vivere da vivo.
Giuseppe viene a rappresentare così ogni uomo che, una volta risvegliatosi, accetta di mettersi in cammino. A quel punto – e solo allora – prende con sé Maria e il bambino. Li accoglie senza possederli e senza comprenderli del tutto. Poi, insieme, attraversano l’Egitto. Precisamente vi entrano e vi escono.
Fuori di metafora: l’Egitto è il luogo delle paure, delle schiavitù interiori, delle zone d’ombra che abitano ciascuno di noi. Portarvi la luce significa permettere che anche quelle parti entrino nel respiro della vita. L’attraversamento diventa così un passaggio trasformativo.
La maturazione umana passa da qui. Abitare l’ombra, sostare nell’oscurità, attraversare il proprio deserto interiore fa parte del cammino verso un’esistenza adulta. È il tempo in cui vengono meno appoggi e certezze, e si impara a stare. In questo vuoto si apre una fede più essenziale. Non come distanza definitiva, ma come spazio consegnato alla libertà dell’uomo. È il tempo in cui non si vede, non si sente, non si comprende, e proprio per questo si viene introdotti in una conoscenza più profonda.
Il Vangelo oggi ci ricorda che riconoscere le proprie zone oscure, nominarle e attraversarle consente il ritorno a casa. Casa come luogo interiore riconciliato, dove è possibile abitare ciò che si è. Ciò che è. La vita in fondo è una e chiede di essere accolta nella sua interezza.
‘Scendere nel proprio Egitto interiore’, nelle proprie verità, anche quelle più faticose, è un gesto di onestà radicale. È il gesto di una madre che si china sulle ferite del figlio e le tocca con delicatezza. Vive infatti in ciascuno di noi un bambino interiore che chiede solo d’essere riconosciuto, ascoltato, accolto. Accogliere le proprie ferite avvia un processo di trasformazione e apre a una fecondità nuova.
A Dio è sufficiente un sogno, fragile e reale, come quello di Giuseppe. Un sogno capace di far avanzare la storia e di contenere le forze che vorrebbero spegnere la vita, dentro e fuori di noi. Questo sogno non viene infranto. Coincide con il desiderio più profondo dell’uomo: una vita piena, una felicità possibile, una vita che continua ad aprirsi.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 21 Dicembre 2025 08:46

IV Domenica di Avvento - Anno A

IV Domenica di Avvento - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Is 7,10-14

Dal libro del profeta Isaìa
 

In quei giorni, il Signore parlò ad Acaz: «Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto».
Ma Àcaz rispose: «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore».
Allora Isaìa disse: «Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele».


Salmo Responsoriale Sal 23

Ecco, viene il Signore, re della gloria.

Del Signore è la terra e quanto contiene:
il mondo, con i suoi abitanti.
È lui che l’ha fondato sui mari
e sui fiumi l’ha stabilito.

Chi potrà salire il monte del Signore?
Chi potrà stare nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro,
chi non si rivolge agli idoli.

Egli otterrà benedizione dal Signore,
giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca,
che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.

 
Seconda Lettura  Rm 1,1-7
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
 
Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il vangelo di Dio – che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture e che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti, Gesù Cristo nostro Signore; per mezzo di lui abbiamo ricevuto la grazia di essere apostoli, per suscitare l’obbedienza della fede in tutte le genti, a gloria del suo nome, e tra queste siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo –, a tutti quelli che sono a Roma, amati da Dio e santi per chiamata, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo!
 
Canto al Vangelo (Mt 1,23)


Alleluia, Alleluia

Ecco la vergine concepirà e darà alla luce un figlio:
a lui sarà dato il nome di Emmanuele: “Dio con noi”.

Alleluia, Alleluia

 

Vangelo Mt 3,1-12

Dal Vangelo secondo Matteo
 

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”.
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

 

OMELIA
 
Giuseppe deve decidere: o tenere per sé la donna amata, od obbedire alla santa Legge di Dio. O il cuore o la morte. Dice infatti Dio – che qui andrebbe scritto con la d minuscola: “Se uno commette adulterio con la moglie del suo prossimo, l’adùltero e l’adùltera dovranno esser messi a morte” (Lv 20, 10).
Dinanzi ad una scelta lacerante, Giuseppe si addormenta e sogna. Entra in un altro stato di coscienza e al risveglio ha la soluzione. Einstein ebbe a dire: “I problemi non possono essere risolti allo stesso livello di pensiero che li ha creati”. È proprio ciò che è successo a Giuseppe.
Sarebbe interessante a questo proposito interrogarsi sul mondo onirico, e alla poca attenzione prestata ad esso. La psicanalisi ci lavora da tempo, ma in ambito di spiritualità cristiana non credo sia mai stato preso in debita considerazione.
Ma non è questo il nostro tema. L’importante qui è sottolineare come Giuseppe non risolve il suo dramma pensandoci sopra, elucubrando, ma frequentando un altro livello, un luogo a parte: quello dello Spirito, in ultima analisi la sua coscienza, qui rappresentato dall’angelo e dal sogno. E vi presta obbedienza. Sceglie Maria, consapevole che questo significa disobbedire alla legge divina, e subirne tutte le conseguenze, come l’estromissione dal suo clan familiare e sociale.
Dinanzi ai grandi interrogativi che ci consumano, dovremmo imparare a frequentare altri spazi, altre modalità che non sono quelli della consuetudine, del ‘solito’, dei pensieri abituali. Ci sono soluzioni che non scaturiscono dall’averci pensato su.
Giuseppe si sveglia e prende la sua decisione: tiene con sé Maria e il mistero che l’avvolge. E impara a stare con ciò che non capisce, con l’ombra, col mistero. Invece di allontanarlo lo abbraccia. Ed ecco il figlio, ovvero la fecondità.
È come se l’angelo gli dicesse: «abbi una relazione intima – da amato con l’amata – con tutto, e ammettilo a casa tua, ma non profanarlo, cioè mantieni sempre con tutto un rapporto disinteressato, che vada oltre l’ego. Non ignorare la tua promessa sposa, non sacrificarla per il tuo conflitto, non scrollarti di dosso il problema – che è quanto siamo soliti fare tutti quando affrontiamo una situazione complessa. Anzi: rendi questa ragazza la tua sposa, cioè convivi con il tuo problema, sacrificati tu, renditi un tutt’uno con il problema: guardalo negli occhi ogni mattina, cammina con lui al pomeriggio, addormentati al suo fianco la notte. Renditi conto che il tuo problema non è qualcosa di esterno a te stesso, ma che sei tu. tu sei l’amore che provi per Maria e le difficoltà che sperimenti nel viverlo» (Pablo d’Ors, Biografia della luce).

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 21 Dicembre 2025 08:46

III Domenica di Avvento - Anno A

III Domenica di Avvento - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Is 35,1-6.8.10

Dal libro del profeta Isaìa
 

Si rallegrino il deserto e la terra arida,
esulti e fiorisca la steppa.
Come fiore di narciso fiorisca;
sì, canti con gioia e con giubilo.
Le è data la gloria del Libano,
lo splendore del Carmelo e di Saron.
Essi vedranno la gloria del Signore,
la magnificenza del nostro Dio.
Irrobustite le mani fiacche,
rendete salde le ginocchia vacillanti.
Dite agli smarriti di cuore:
«Coraggio, non temete!
Ecco il vostro Dio,
giunge la vendetta,
la ricompensa divina.
Egli viene a salvarvi».
Allora si apriranno gli occhi dei ciechi
e si schiuderanno gli orecchi dei sordi.
Allora lo zoppo salterà come un cervo,
griderà di gioia la lingua del muto.
Ci sarà un sentiero e una strada
e la chiameranno via santa.
Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore
e verranno in Sion con giubilo;
felicità perenne splenderà sul loro capo;
gioia e felicità li seguiranno
e fuggiranno tristezza e pianto.


Salmo Responsoriale Sal 145

Vieni, Signore, a salvarci.

Il Signore rimane fedele per sempre
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri.

Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri.

Egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione.

 
Seconda Lettura  Gc 5,7-10
 
Dalla lettera di san Giacomo apostolo
 
Siate costanti, fratelli miei, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge. Siate costanti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina.
Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri, per non essere giudicati; ecco, il giudice è alle porte. Fratelli, prendete a modello di sopportazione e di costanza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore.
 
Canto al Vangelo (Is 61,1)


Alleluia, Alleluia

Lo Spirito del Signore è sopra di me,
mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio.

Alleluia, Alleluia

 

Vangelo Mt 11,2-11

Dal Vangelo secondo Matteo
 

In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».
Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”.
In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

 

OMELIA
 
Giovanni il Battista attendeva da lì a poco l’irruzione dell’ira di Dio. Era convinto che questa dovesse manifestarsi nell’uomo Gesù di Nazareth, come forza capace di rimettere in ordine il mondo, di separare, di colpire, di purificare. Nei tempi di crisi, da sempre, l’umanità invoca una figura forte: un messia, un salvatore, un capo. Qualcuno che tagli, che giudichi, che ristabilisca.
Giovanni prende sul serio questa attesa. Le sue parole sono nette, taglienti come la scure di cui parla. Le troviamo all’inizio del vangelo: «La scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Colui che viene dopo di me è più potente di me… Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile» (Mt 3, 10ss.). È l’immagine religiosa di Dio: forza che separa, setaccia e giudica.
Eppure, Gesù non sembra rispondere a questa attesa. Proprio per questo Giovanni, dalla prigione, gli manda a chiedere: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?». È come se anche lui, per la prima volta, sentisse vacillare l’immagine di Dio che aveva da sempre custodito.
Gesù non risponde con una definizione, né con una dichiarazione di identità. Risponde mostrando un movimento: «I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo». Il divino, se si manifesta, lo fa così: passando attraverso la vita che rifiorisce, attraverso corpi che si rialzano, attraverso dignità che tornano a respirare.
Quando la vita può emergere, quando la dignità delle persone viene restituita, quando la creazione tutta intravvede la possibilità del suo compimento, allora qualcosa di Dio sta accadendo. Il segno non è il fuoco che distrugge, ma la vita che si riaccende.
Dio altro non è che vita emergente.
Per questo Gesù di Nazareth non appare tanto come un Dio che si fa carne, quanto un uomo che incarna ciò che è la divinità: vita portata avanti, respiro che non si arrende, fecondità che genera, umanità che giunge alla sua pienezza. E ciò che egli vive diventa anche la nostra vocazione più profonda.
Il Natale, allora, non è prima di tutto la celebrazione di qualcosa che discende dall’alto, ma la memoria che anche noi possiamo vivere “da dio”, ogni volta che dilatiamo la vita, la nostra e quella degli altri. Ogni volta che facciamo spazio alla luce dentro le pieghe dell’umano.
Forse dovremmo imparare a non attendere più la vita dall’alto, ma a riconoscere che siamo chiamati a partorirla. E se di grazia vogliamo parlare, è una grazia che prende la forma della responsabilità. Come scrive Teresa Forcades, la grazia non è tanto «un fiore da cogliere, quanto un pane da impastare».
Dio è pane da impastare, carne da incarnare, amore da donare, vita da elargire.
E così il Natale non lo celebriamo accogliendo semplicemente un bambino che ci viene consegnato dall’alto, ma scegliendo di incarnare il bene, diventando, giorno dopo giorno, più umani.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 07 Dicembre 2025 10:00

II Domenica di Avvento - Anno A

II Domenica di Avvento - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Is 11,1-10

Dal libro del profeta Isaìa
 

In quel giorno,
un germoglio spunterà dal tronco di Iesse,
un virgulto germoglierà dalle sue radici.
Su di lui si poserà lo spirito del Signore,
spirito di sapienza e d'intelligenza,
spirito di consiglio e di fortezza,
spirito di conoscenza e di timore del Signore.
Si compiacerà del timore del Signore.
Non giudicherà secondo le apparenze
e non prenderà decisioni per sentito dire;
ma giudicherà con giustizia i miseri
e prenderà decisioni eque per gli umili della terra.
Percuoterà il violento con la verga della sua bocca,
con il soffio delle sue labbra ucciderà l'empio.
La giustizia sarà fascia dei suoi lombi
e la fedeltà cintura dei suoi fianchi.
Il lupo dimorerà insieme con l'agnello;
il leopardo si sdraierà accanto al capretto;
il vitello e il leoncello pascoleranno insieme
e un piccolo fanciullo li guiderà.
La mucca e l'orsa pascoleranno insieme;
i loro piccoli si sdraieranno insieme.
Il leone si ciberà di paglia, come il bue.
Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera;
il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso.
Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno
in tutto il mio santo monte,
perché la conoscenza del Signore riempirà la terra
come le acque ricoprono il mare.
In quel giorno avverrà
che la radice di Iesse si leverà a vessillo per i popoli.
Le nazioni la cercheranno con ansia.
La sua dimora sarà gloriosa.


Salmo Responsoriale Sal 71 (72)

Vieni, Signore, re di giustizia e di pace.

O Dio, affida al re il tuo diritto,
al figlio di re la tua giustizia;
egli giudichi il tuo popolo secondo giustizia
e i tuoi poveri secondo il diritto.

Nei suoi giorni fiorisca il giusto
e abbondi la pace,
finché non si spenga la luna.
E dòmini da mare a mare,
dal fiume sino ai confini della terra.

Perché egli libererà il misero che invoca
e il povero che non trova aiuto.
Abbia pietà del debole e del misero
e salvi la vita dei miseri.

Il suo nome duri in eterno,
davanti al sole germogli il suo nome.
In lui siano benedette tutte le stirpi della terra
e tutte le genti lo dicano beato.

 
Seconda Lettura  Rm 15,4-9
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
 
Fratelli, tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché, in virtù della perseveranza e della consolazione che provengono dalle Scritture, teniamo viva la speranza.
E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull'esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo.
Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio. Dico infatti che Cristo è diventato servitore dei circoncisi per mostrare la fedeltà di Dio nel compiere le promesse dei padri; le genti invece glorificano Dio per la sua misericordia, come sta scritto:
«Per questo ti loderò fra le genti e canterò inni al tuo nome».
 
Canto al Vangelo (Lc 3,4.6)


Alleluia, Alleluia

Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!

Alleluia, Alleluia

 

Vangelo Mt 3,1-12

Dal Vangelo secondo Matteo
 

In quei giorni, venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!».
E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all'ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: "Abbiamo Abramo per padre!". Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell'acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

 

OMELIA
 
Strana e spiazzante la figura di Giovanni Battista. Avrebbe dovuto ereditare il mestiere del padre, Zaccaria, sacerdote del Tempio. Una vocazione trasmessa per stirpe, come si fa con le terre e i cognomi. E invece no. Giovanni spezza la genealogia sacra. Tradisce il Tempio. Forse per non ripetere la vita del padre che pur irreprensibile davanti a Dio, – annota Luca con un’ironia sottile e crudele – è stato per una vita sterile. La giustizia, quando è solo osservanza, non genera vita.
Giovanni, dunque, si pone fuori dal recinto sacro. Abbandona liturgie, sacrifici, animali sgozzati, sangue versato, fumo d’incenso che sale come alibi religioso. Se ne va nel deserto. Sceglie una vita ridotta all’osso, essenziale come la roccia. Veste di peli di cammello, si nutre di locuste e miele selvatico. Non è folclore, ma teologia incarnata. La sua vita diventa messaggio prima ancora delle sue parole.
Giovanni non parla, lui grida. Nel deserto geografico ed esistenziale alza una voce, perché è il tempo non di delicate consolazioni, ma di risvegliare le coscienze. Avverte che il tempo si è fatto breve, che non c’è più spazio per i rinvii, per gli equivoci, per i compromessi. È ora di tornare all’essenziale. Alla verità nuda.
Giovanni non “predica”, parola addomesticata, acqua sui vetri, egli proclama. La sua è una parola che incide, che ferisce, che lascia un segno. E non fa sconti a nessuno. Davanti a lui cadono le distinzioni di rango: potere religioso o civile, poco importa. Grida anche al re. Grida contro Erode. Per questo sarà messo a tacere. La verità detta in faccia al potente costa sempre la testa.
A chi pensa che Dio sia rinchiuso in un luogo, amministrato da una casta, addomesticato da rituali, gestito da un’élite – naturalmente tutta maschile – Giovanni dice no. Con lui la presenza di Dio emigra dal Tempio alla coscienza. Dal perimetro sacro al cuore dell’uomo. Il luogo più santo non è più l’altare: è l’interiorità.
Per questo Giovanni chiede la conversione. Metanoia. Cambio di testa, di sguardo, di mentalità. Non una verniciata morale, ma uno spostamento radicale del centro. La coscienza diventa il vero santuario. È lì che accade l’incontro con Dio.
I sacrifici non hanno mai salvato nessuno. Tantomeno una religione autoreferenziale, autocelebrativa, costruita su certezze di pietra, giocata sul baratto sacro: io ti do, tu mi dai. Una religione fondata sul merito. Ai religiosi devoti, sicuri della propria appartenenza, Giovanni grida parole che bruciano: «Non crediate di poter dire: abbiamo Abramo per padre. Dio può far sorgere figli di Abramo anche da queste pietre». Nessun pedigree salva. Nessuna appartenenza garantisce.
Gli studiosi discutono se Gesù di Nazareth sia stato discepolo del Battista. Forse sì, forse no. Di certo ne ha respirato il fuoco. Di certo ne ha raccolto l’eredità profetica. Gesù, quando entra nel Tempio, non offre sacrifici: guarisce. Non brucia incenso: insegna. E quando parla dei professionisti del sacro, le sue parole sono ancora più taglienti. Se Giovanni li chiama «razza di vipere», Gesù li definisce «ipocriti, sepolcri imbiancati, serpenti, razza di vipere» (cfr. Mt 23). E del Tempio dirà che è diventato un «covo di ladri» (Mc 11,17).
Poi compie lo spostamento decisivo: invita a rientrare dentro di sé. È lì che abita il Regno di Dio, il punto luminoso dell’intero universo (cfr. Lc 17,21). Non fuori, non nei recinti del sacro, ma nel silenzio abitato dell’interiorità. Ed è lì che torna a risuonare la voce antica dei profeti: «Misericordia io voglio, non sacrifici. La conoscenza di Dio più degli olocausti» (Os 6,6). Giovanni è il profeta della soglia. L’ultimo della religione dei sacrifici. Il primo dell’epoca della coscienza. Una voce che grida per dirci che Dio non abita più nel sangue versato degli animali, ma nel cuore che si lascia ferire dalla verità.

 
Paolo Scquizzato
 

Il fatto che il Vangelo di Matteo occupi il primo posto nell'ordine ca­nonico dei Vangeli riflette sia l'idea - risalente al sec. II - che fosse il più antico, sia il valore intrinseco attribuitogli nei secoli dalla Chie­sa. Mentre è opinione ormai diffusa che non sia stato scritto prima degli altri, la grande importanza assegnata a questo Vangelo resta inalterata, come conferma anche la sua frequente utilizzazione sul piano liturgico e catechetico.

Anche l'antica tradizione secondo cui l'autore del Vangelo è da identificarsi con il discepolo di Gesù chiamato Matteo o Levi (Mc 2,14; Lc 5,27) - uno dei dodici (Mt 10,2-4; Mc 3,16-19; Lc 6,14-16) o degli undici (At 1,13) - è considerata oggi senza reale fondamen­to. Essendo infatti il Vangelo di Mc in larga parte la fonte ispiratrice di Mt (si calcola che dei 661 versetti che compongono Mc, 630 pre­sentano oltre 650 paralleli con Mt), è difficile sostenere che un compagno di Gesù abbia potuto limitarsi a ricalcare pedissequa­mente il racconto steso da un altro che non può contare sui suoi ri­cordi di testimone diretto. Ma, oltreché attingere in abbondanza a Mc, Mt si riferisce anche al materiale (principalmente i detti di Ge­sù) proveniente dalla cosiddetta fonte "Q", che non si trova in Mc e che a volte corrisponde quasi esattamente a quanto figura in Lc (circa 200 versetti sono infatti comuni a Mt e Lc). Sembra così da escludere una paternità diretta dell'apostolo Matteo nella composi­zione di quello che, per comodità, viene comunque chiamato "il Vangelo di Matteo”.

Dal Vangelo stesso si può arguire che l'autore deve essere un maestro cristiano, molto versato nelle Scritture, e che occupa un ruolo importante nella sua Chiesa. Egli compie una sintesi matura, sapientemente costruita nell'architettura d'insieme, composita ma ben dosata nei suoi equilibri interni, sempre attenta ai dettagli e alle parole che concorrono a definire la natura dei fatti e rivelano l'oc­chio con cui l'evangelista li coglie per ricavare un generale o speci­fico insegnamento.

Comunemente oggi si ritiene che il Vangelo di Mt sia scritto do­po il 70, probabilmente intorno all'85-90. Un'ipotesi plausibile circa il luogo di composizione è Antiochia, capitale della provincia roma­na di Siria. Questa grande città ha una popolazione mista di gentili ed ebrei, che in larga parte parlano il greco, e vive in quel tempo un periodo di forte tensione religiosa e sociale, analoga a quella pre­sente nella Chiesa di Mt, in origine composta soprattutto di giudeo-cristiani e poi di cristiano-pagani, che sono osteggiati, perseguitati e perfino messi a morte sia dalle autorità pagane (10,18.22; 13,21; 24,9) sia da quelle ebraiche (5,11;10,17,23.28; 23,34-35). Per ef­fetto delle persecuzioni, alcuni cristiani abbandonano la fede (13,21; 24,10); altri tradiscono i compagni (24,10); altri ancora ce­dono alla "preoccupazione del mondo" e all’“inganno della ricchezza (13,22). Si viene a creare una situazione di conflitti e tensione; alcuni "falsi profeti" fanno deviare i fedeli (7,15; 24,11) e l'infedeltà diventa tale da raffreddare "l'amore di molti" (24,12).

É proprio per venir incontro alle esigenze religiose e morali di questa Chiesa multirazziale e agiata, ma al tempo stesso persegui­tata e divisa, che Mt compone il suo Vangelo.

STRUTTURA E SVOLGIMENTO

Nelle varie suddivisioni proposte del Vangelo di Mt la più tradizionale - e anche la più probabile - è quella che organizza il rac­conto in cinque sezioni principali, ciascuna delle quali costituita da una narrazione e da un discorso. Questi discorsi rappresentano una struttura portante del Vangelo, sono armonicamente inseriti nelle parti narrative - di cui riprendono i temi - e si distinguono da altri discorsi "minori" contenuti in esse, sia per la loro lunghezza sia per il fatto che sono rivolti esclusivamente o principalmente ai discepoli. Mt trae gran parte del materiale di questi discorsi dalla sua stessa tradizione, ma risulta evidente il lavoro redazionale fatto ti si modificare e integrare ciò che ha ricevuto, nel tentativo riuscito di dare maggior risalto, ordine e armonia all'insegnamento di Gesù.

Il Vangelo si apre con un prologo (1,1-2,23), la cui prima parte è costituita dalla genealogia di Gesù, a partire da Abramo, capostipite d'Israele (1,1-17). Gesù, all'inizio, viene indicato come "figlio di Davide, figlio di Abramo (1,1), figlio di Davide perché Giuseppe adottandolo, lo inserisce nella discendenza di Davide (1 16 1825) e perché egli adempie le attese escatologiche associate a Davide (9,27-31; 12,22-23; 15,21-28; 20,29; 21,17) figlio di Abramo perché in lui l'intera storia di Israele riceve il suo compimento e anche i pagani trovano grazia (1,17; 8,11). La storia della salvezza inaugurata da Abramo, che si estende fino alla fine dei tempi e al ritorno di Gesù per il giudizio (1,17; 25,31-46), è divisa infatti in due epoche: il tempo d'Israele, che è il tempo delle profezie, e il tempo di Cristo - il Messia, il re d Israele lungamente atteso (1,17; 2,24; 11,2.3) - che è il tempo del loro compimento. Nel mistero 'della' persona di Gesù - concepito da Maria Vergine per opera dello Spirito (1,18-25) - si adempie la prima profezia: il figlio cli Davide e di Abramo sarà chiamato l’Emmanuele perché in lui "Dio è con noi” (1,23).

La prima sezione (3,1-7,29) .  Introdotta dalla predicazione di Giovanni Battista precursore di Gesù,  contiene il primo grande insegnamento: il discorso della montagna (5,1-7,29) dove è dominante il tema della giustizia.

La seconda sezione (8,1-10,42),  dedicata principalmente ad illustrare le azioni misericordiose di Gesù - include il discorso missionario (10,5-42), con il mandato ai discepoli a proclamare che "il regno dei cieli è vicino” (10,7), a guarire gli ammalati e a liberare dai demoni (10,8).

La terza sezione (11,2-13,52) presenta nella parte narrativa l'ostilità crescente nei con fronti di Gesù, mentre nel discorso che segue (13,3-52) Gesù parla in parabole.

Nella quarta sezione (13,53-18,35) Gesù denuncia la guida cieca dei farisei (15,13-14), e nel discorso ecclesiologico o comunitario (18,1-35) prepara i discepoli sia all'accoglienza reciproca sia responsabilità nei confronti delle "pecore smarrite" e al perdono (14,36.44).

La passione e la risurrezione di Gesù rappresentano il culmine del Vangelo (26,1-28,20). Da lì si apre un’epoca nuova per quanto li riguarda e continuerà fino alla manifestazione di Gesù nella parusia: l'era finale è cominciata. Di questo sono consapevoli coloro che hanno incontrato Gesù risorto e coloro  -  ebrei e gentili - che hanno creduto al vangelo e si sono fatti discepoli (28,19). In quanto ad essi Gesù è costantemente presente, per quanto invisibile, fino alla fine dei tempi (28,20). 

TEMI ESSENZIALI

Al centro del Vangelo di Mt c'è la storia di Gesù che si manife­sta come Figlio di Dio e Figlio dell'uomo, e la storia del regno di Dio che egli viene ad annunciare. Fra i vari titoli che vengono dati a Ge­sù, Figlio di Dio e Figlio dell'uomo sono indubbiamente i principali, richiamando le sua natura divina e il suo ruolo centrale nella storia delle salvezza. Gesù e il regno costituiscono due unità inscindibili e come tali sono accostate. Gesù, fin dall'inizio, viene presentato co­me il Figlio di Dio, e alla fine, come Figlio dell'uomo, riceve l'auto­rità sul regno di Dio, in cielo e in terra (28,18-20). Il titolo di Figlio dell'uomo ha il triplice significato che Mt eredita dalle sue fonti. È il servo di Dio, umile e potente insieme, un servo che soffre, muore e risorge dando la vita in remissione dei peccati. Infine è il giudice e/o liberatore che appare nell'ultimo giorno. Questo è sottolineato an­che del fatto che il titolo Figlio dell'uomo ricorre in vari momenti-chiave: al battesimo (3,17), alla professione di fede di Pietro (16,16) - che rappresenta quelle dell'intera Chiesa -, alla trasfigurazione (17,5), nel processo e nel momento della morte (26,63; 27,40.43.54).

Il regno di Dio è il grande tema della speranza, delle preghiera e dell'annuncio che unifica l'intero Vangelo, specialmente nei cin­que grandi discorsi. Esso fornisce l'orizzonte e il fine escatologico, che consiste nelle promesse di salvezza di Dio date all'umanità re­denta. «Regno di Dio» o, più frequentemente, «regno dei cieli» è una realtà trascendente e dinamica, non riferita a un luogo o a uno spa­zio particolari. Se il regno di Dio esiste già nell'AT, perché in qual­che modo affidato ad Israele (21,43), la nascita di Gesù segna l'ini­zio di una nuova presenza del regno di Dio. Sia Gesù che il Battista iniziano la loro vita pubblica con l'annuncio che il regno dei cieli è vicino (3,2; 4,17). Il regno è presente già negli esorcismi compiuti da Gesù (12,28); ciò nonostante, egli invita i suoi discepoli a pre­gare per la sua venuta finale (6,10) e a cercarlo (6,33). Gli eventi apocalittici della morte-risurrezione indicano un nuovo stadio del regno, poiché per la prime volta viene esaltato il potere di Gesù sull'intero cosmo (28,16-20). Gesù già ora regna come Figlio dell'uo­mo (13,37-38.41), ma la sua venuta come giudice nell'ultimo giorno attua l'avvento definitivo del suo regno (16,27-28), che sarà il regno del Padre (13,43).

Strettamente intrecciata alla storia di Gesù e del regno è la chia­mata dei discepoli - all'inizio del ministero pubblico di Gesù - e la loro missione. Subito dopo aver ordinato e Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni di seguirlo (4,18-22), Gesù si sofferma sulla natura e il fine del discepolato, che consiste nell'impegno di evangelizzare il mondo (4,19). La dedizione che comporta l'essere discepoli si rive­la nel fatto che, quando Gesù chiama i quattro pescatori, essi ab­bandonano reti, barca e padre (professione, beni, famiglie, ecc.) e gli assicurano una fedeltà totale. Stando "con lui" (12,30), vivono nella sfera del regno finale di Dio, sono resi fratelli (23,8; 28,10), perché «figli di Dio» (5,9-45). Poiché sono tra coloro che vivono in attesa del regno di Dio, la loro religiosità dovrà equivalere alla giu­stizia più grande (5,20). La "giustizia" è un tema che assume in Mt un rilievo particolare (3,15; 5,6.10.20; 6,1.33; 21,32). Essa è l'at­tuazione fedele della volontà del Padre, secondo l'insegnamento di Gesù. Per adempiere la giustizie, i discepoli devono essere "perfet­ti" come il Padre celeste (5,48), cioè amare Dio con tutto il cuore, l'anima e la mente e il prossimo come se stessi (5,44-48; 7,12.21; cfr. 22,34-40).

I discepoli costituiscono il primo nucleo della comunità che è la Chiesa. Questo è un tema caratteristico di Mt, che è l'unico evan­gelista ad usare il termine ekklesìa per tre volte (in 16,18 e, due vol­te, in 18,17). Egli cerca di dare ai fedeli delle linee guida da segui­re, sotto l'autorità di Pietro, fondamento della Chiesa (16,1.8-19); mette in guardia contro le insidie del potere e invita chi occupa po­sti di comando ad essere umile (18,1-9; 20,24-28; 23.8-12). Sa be­ne che l'appartenenza alla Chiesa non preserva i suoi membri dal­le debolezze e dai tradimenti, perché chiunque può cedere, anche Pietro (26,69-75), e che queste condizione accompagnerà la Chie­sa nella sua missione, finché non giungerà il regno del Padre (13,36-43; 22,11-14.25).

 

 

 

Un buon numero di disgrazie accade per mancanza di manutenzione.
Anche la vita cristiana ha bisogno di manutenzione "ordinaria". L'avvento è tempo propizio per questa operazione.
Tre suggerimenti adatti al nostro tempo: fare credito al Dio affidabile, essere magnanimi, attuare un discernimento paziente.

 Guardare al tempo di avvento ormai imminente portando negli occhi le immagini dei nubifragi che hanno devastato tra la fine di ottobre e gli inizi di novembre prima le Cinque Terre e la Val di Vara, e poi Genova, causando morti e distruzione; e portando nelle orecchie i molti, moltissimi richiami - che del resto si moltiplicano puntualmente, e inutilmente, in tutte le situazioni di questo genere - alla necessità della manutenzione (dei paesi, delle case, dei torrenti, del territorio...), induce a pensare che questa troppo trascurata attività si presta bene a essere letta anche in chiave spirituale, e proprio in relazione al tempo liturgico dell'avvento.

Occorre una manutenzione ordinaria. Prima di proporre qualche riflessione in merito, è forse utile richiamare l'attenzione su un saggio, uscito alcuni anni fa,l che si basa su di un interessante esperimento mentale: provare a immaginarsi cosa succederebbe sul nostro piccolo pianeta, se l'umanità scomparisse di colpo, e venisse meno così, all'improvviso, l'incessante attività che tiene in piedi il tessuto - più fragile di quanto non appaia di solito - della nostra civiltà. Non c'è bisogno, del resto, di competenze speciali per intuire come andrebbero le cose: come riferisce l'architetto C. Riddle, «se vuoi distruggere un fienile - mi disse una volta un contadino -, fa' un buco di un centinaio di centimetri quadrati nel tetto. Poi tirati indietro».2 Al resto ci pensa la natura: l'acqua che si infiltra, l'umidità, gli insetti, le variazioni termiche, la forza di gravità... A seconda dei materiali usati e delle condizioni climatiche, i processi saranno più o meno lunghi, ma una cosa è certa: in assenza di una costante manutenzione, le nostre case, le nostre grandi città, incomincerebbero a disfarsi con sorprendente rapidità.

Sappiamo fin troppo bene, però che, dove non vi si è di fatto costretti dalla necessità delle cose (come avviene per esempio a Manhattan, dove un sistema di pompaggio nella rete della metropolitana deve impedire ogni giorno a cinquanta milioni di litri d'acqua - sempre che non piova, perché in tal caso la quantità aumenta3 - di invadere le gallerie percorse dai treni), quella della manutenzione è un'attività che rischia fatalmente di essere tralasciata: e questo soprattutto in una condizione come la nostra, dove sembra venir meno la capacità di pensare e agire sul lungo termine, mettendo in conto lo spazio di un'attesa e di una durata delle quali non è possibile stabilire il termine. Intraprendere azioni che guardino non solo all'oggi, ma anche al domani e, magari, al dopodomani è estremamente (aggiungiamo pure, se vogliamo: oggettivamente) difficile e, il più delle volte, costoso e assai poco remunerativo in termini di successo immediato.

Mi colpì leggere, qualche anno fa, che i costruttori di College Hall, a Oxford, nel XIV secolo, oltre a costruire l'edificio, si sarebbero preoccupati di piantare delle querce in previsione della necessità di sostituire le travi del soffitto del grande refettorio: ciò che si poté poi fare, grazie a questa previdenza "di lungo corso", nel XIX secolo.4 La nostra civiltà si muove su traiettorie molto più immediate, molto più "usa e getta". La manutenzione costa troppo e "rende" - si ritiene - assai poco. Il rischio che anche i credenti si lascino prendere da una mentalità dell'immediato, del "tutto subito", trascurando i tempi incerti dell'attesa e voltando le spalle alla sfida posta dal lungo termine, è tutt'altro che remoto, a dispetto della reiterata - e, certo, giustificata - pretesa dei cristiani di "guardare all'eternità". Non è raro, infatti, che nella Chiesa si finisca per cadere in una mimesi involontaria (ma per questo anche più preoccupante) proprio di quegli atteggiamenti che vengono più spesso e volentieri criticati nella società o nella cultura dominante. Fa pensare, a questo riguardo, la diagnosi severa che Saverio Xeres ha recentemente tratteggiato a proposito delle scelte pastorali della Chiesa italiana negli ultimi decenni,5 mostrandone l'inconsapevole adesione ai tratti di quella "postmodernità" che per altri versi è oggetto, in vari pronunciamenti, di una critica aspra e incessante.

Va annoverata fra questi tratti la «perdita della visione unitaria del tempo: si privilegia, di conseguenza, il quotidiano, anzi il "momento". Oppure si tende a ridurre la portata eccessiva delle ampie prospettive temporali contenendole in una successione di cicli limitati e quindi più "sopportabili"...»;6 il problema - annota Xeres - è il rischio di omologazione che ha indotto, tra le altre cose, a enfatizzare opzioni pastorali fondate sui "momenti straordinari", opzioni nelle quali «sono troppo evidenti le assonanze con la prassi dei grandi eventi mediante i quali... si offre la possibilità di costruire "sensi istantaneizzati" attraverso il coinvolgimento emotivo in grandi fenomeni di massa, supportati da imponenti sistemi di comunicazione».7

II giudizio può sembrare sin troppo severo: ma è noto a chiunque operi, ad esempio, nella pastorale giovanile, che uno dei problemi maggiori in questo contesto è precisamente il difficile raccordo tra gli eventi straordinari e quella che possiamo chiamare - per tornare alla nostra metafora -la "manutenzione ordinaria" e sul lungo termine della vita cristiana.

Le condizioni dell'attesa. A ripensare le condizioni di questa "manutenzione ordinaria" ci invita precisamente il tempo dell'avvento, in quanto tempo che richiama e ripropone la condizione dell'attesa quale condizione inevitabile del credente nel mondo. Vivere l'attesa, peraltro, è determinante anche rispetto a un altro rischio: perché l'esigenza di distanziarsi dall'"istantaneismo" dominante si traduce non di rado, per contraccolpo, in una scelta reazionaria e falsamente "tradizionale". Accogliere e vivere la condizione dell'attesa, per il credente, significa piuttosto riconoscere che, da un lato, la dimensione del presente non può essere "schiacciata" sull'immediatezza, sul "tutto subito"; mentre, d'altro lato, non sembra possibile, né evangelicamente corretto, arroccarsi su un passato di (pretesa) perfezione compiuta e insuperabile.

L'attesa, che si orienta a un futuro non completamente preventivabile, rimanendo aperta alle "sorprese" dello Spirito di Cristo, permette di riconoscere in tutta la sua consistenza il peso del tempo, e di prendere sul serio ciò che il concilio Vaticano II riconosceva or sono, quando parlava di un "progresso" della tradizione, sotto la guida dello Spirito: «cresce infatti la comprensione tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti, i quali le meditano in cuor loro (cf. Lc 2,19 e 51), sia con la profonda intelligenza delle cose spirituali di cui fanno esperienza, sia per la predicazione di coloro che, con la successione episcopale, hanno ricevuto un carisma sicuro di verità. In altre parole, la Chiesa nel corso dei secoli tende costantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa giungano a compimento le parole di Dio».8

Lo sguardo al futuro, al quale ci richiama l'avvento, impedisce dunque alla Chiesa di fissarsi in modo troppo immediato sul presente, come pure di irrigidirsi su di un passato impropriamente "dogmatizzato" - dogmatizzato, cioè, senza lasciare effettivamente spazio allo Spirito di Cristo e alla sua capacità di suscitare una «nuova Pentecoste», come amava ripetere e "sognare" il beato Giovanni XXIII.

Tre virtù da applicare. Potremmo pertanto avvicinarci al tempo di avvento e all'inizio di un nuovo anno liturgico scorgendovi un invito a non lasciar cadere l'opera di una costante "manutenzione" personale ed ecclesiale dei credenti. C'è un nesso tra lo sguardo lungo dell'attesa e la saggezza della "manutenzione": saggezza la cui figura evangelica può essere suggerita dalle "vergini sagge" (cf. Mt 25,1-13), di cui ci parlava il vangelo domenicale poche settimane or sono. Più che la "vigilanza" (pure raccomandata dal vangelo), spicca infatti in esse la risolutezza a non fissarsi ed esaurirsi nel "breve termine". Le ragazze dormivano tutte, secondo la parabola (cf. Mt 25,5), al momento dell'arrivo dello Sposo: ma quando questi arrivò, solo alcune furono trovate pronte. La lunghezza dell'attesa non vuole togliere la pace al credente e metterlo inutilmente in ansia: a patto che questi (e con lui la sua comunità), sappia intrattenere diligentemente quelle opere di "manutenzione ordinaria e straordinaria", che sono l'indispensabile correlato di un atteggiamento aperto all'attesa e non soltanto appiattito sull'oggi o sull'ieri.

Appartiene senza dubbio a questa opera di manutenzione l'accoglienza dei doni che il Signore continua ad assicurare quotidianamente alla sua Chiesa: e in primo luogo la sua Parola e i suoi sacramenti. A proposito dei quali forse è bene ricordare - sottolinea Timothy Radcliffe parlando dell'eucaristia - che essi operano di solito sui tempi lunghi e in modi poco clamorosi: «... l'eucaristia è davvero un "evento colossale", ma lo è a un livello del nostro essere di cui siamo scarsamente consapevoli, impercettibile come un albero che cresce. Questo è ciò che John Henry Newman chiama "il lavoro silenzioso di Dio"»;9 non diversamente si potrebbe dire degli altri sacramenti, come la penitenza, o della pratica della lectio divina, per non parlare della preghiera...

Come accade in altri ambiti della vita, verosimilmente ogni epoca ha poi bisogno delle sue attenzioni peculiari di “buona manutenzione”, di un insieme di atteggiamenti - in tempi passati si sarebbe parlato di "virtù" - particolarmente necessari a un determinato contesto storico, culturale e spirituale. Attingendo alla lettura apostolica delle prossime domeniche di avvento, ne vorremmo richiamare rapidamente tre.

La prima: fare credito al Dio affidabile: «Degno di fede è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione con il Figlio suo, Gesù Cristo, Signore nostro» (1Cor 1,9; prima domenica). E questo il fondamento di un «ottimismo [che] viene alla Chiesa dalla sua stessa fede. Non nel senso di un vago spiritualismo, ma nel ricordare che Dio opera sempre, ma nella normalità e nel nascondimento, e su tempi lunghi»;10 è in questo nostro tempo che Dio fa grazia al mondo.

Di qui l'invito alla buona manutenzione di un secondo atteggiamento: la magnanimità. «Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza.11 Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi» (2Pt 3,9: seconda domenica). La magnanimità di Dio è anche proposta e invito per la Chiesa a coltivare un "animo grande", capace di paziente accoglienza e di discerni,mento nella complessità delle cose. E curioso che chi fa appello agli spazi dell’eternità si mostri spesso molto frettoloso nel condannare l'uno o l'altro risvolto della complicata ricerca che l'umanità del nostro tempo sta compiendo in tutti gli ambiti, non di rado utilizzando in modo indubbiamente problematico e scriteriato il proprio sapere e il proprio potere.

Vale allora più che mai, e non solo per la vita "interna" della Chiesa, l'invito di Paolo ai Tessalonicesi: «Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male» (1Ts 5,19-22: terza domenica). Il discernimento di "ogni cosa" alla luce di Cristo ha bisogno di tempi lunghi e di molta pazienza: è questa, forse, la ragione ultima del "ritardo" della venuta ultima del Signore, che preoccupava le prime generazioni cristiane; ma la speranza cristiana offre strumenti per non disarmare di fronte all'impegno richiesto. In questo discernimento paziente - terza "virtù" la cui manutenzione appare particolarmente urgente - il Signore del resto non manca di dare i suoi aiuti. Non è vero che «non ci sono più profeti», come lamentava il salmista (cf. Sal 7 4,9). Si tratta se mai, per riprendere l'esortazione di Paolo, di «non disprezzare le profezie». E forse anche di ricordare - aiutati da quell'icona dell'avvento, che è Giovanni il Battista - che i profeti spesso sono figure eccentriche o marginali; il più delle volte (vi sono certo delle eccezioni) bisogna uscire dai palazzi del potere così politico come religioso, se li si vuole incontrare e ascoltare. Né è detto che la loro voce troverà l'amplificazione dei media o il riscontro di innumerevoli "amici" sui social network. In fin dei conti, Colui al quale tutti i profeti rimandano si è lasciato incontrare dapprima nell'umiltà di una stalla, per finire poi nell'umiliazione di una croce.

Daniele Gianotti

 

Note

1 Si tratta di Weismann A., Il mondo senza di noi, Einaudi, Torino 2008; l'edizione originale americana è del 2007.

2 Weismann A., Il mondo senza di noi, 17.

3 Cf. Weismann A., Il mondo senza di noi, 27.

4 Cf. Brand S., How Buildings Learn What Happens After They're Built, Penguin Books, Harmondsworth 1995,1308. Anche se, come qualcuno ritiene, l'aneddoto fosse privo di fondamento, in una civiltà nella quale il legname era un materiale costruttivo fondamentale questo tipo di "previdenza" doveva essere persino ovvio.

5 Cf. Xeres S. - Campanini G., Manca il respiro. Un prete e ,un laico riflettono sulla Chiesa italiana, Ancora, Milano 2011, 9-84; cf. in particolare p. 29. -

6 Xeres S. - Campanini G., Manca il respiro, 19.

7 Xeres S. - Campanini G., Manca il respiro, 53.

8 Dei Verbum, 8 (cf. EV 1/883).

9 Radcliffe T., Perché andare in chiesa? Il dramma dell'eucaristia, San Paolo, Cinisello B. {MI) 2009, 17.

10 Xeres S. - Campanini G., Manca il respiro, 82.

11 Una traduzione più letterale ci sembra anche più efficace: «Il Signore della promessa non è in ritardo, anche se alcuni parlano di ritardo».

 

(tratto da Settimana, 2011, n. 41, p. 1)

 

 

«L'uomo è più facile e proclive a temere che a sperare» (Giacomo Leopardi).

Provare paura è inevitabile: ci spaventa un intervento chirurgico, l'idea di fallire una prova, scegliere la persona o la carriera sbagliata, essere giudicati. Dalla paura non si sfugge, fa parte del processo di crescita, ma la paura sproporzionata inchioda allo status quo, impedisce la maturazione.

Paura e salute

La paura aiuta a custodire la salute attraverso l'assunzione di condotte idonee per prevenire la malattia, contrastare i vizi (alcol, fumo...) e promuovere comportamenti salutari a livello alimentare, sociale ed etico. La paura "legittima" rende prudenti e responsabili nell'affrontare le prove quotidiane; quella "irragionevole" o "parassita" assorbe le energie mentali, ruba energia all'azione, compromette il benessere lavorativo e relazionale.

L'eccesso di paura disorienta la mente e si riversa sul corpo. Tra le frequenti manifestazioni organiche della paura, si segnalano: sguardo esterrefatto, sudorazione, tremore alle gambe, palpitazioni, brividi, nausea, affanno respiratorio, sensazione di soffocamento, tachicardia.

Alcuni sperimentano attacchi di panico e temono di perdere il controllo: "Avrò un infarto". "Adesso svengo" o "Sto morendo". Altri sono succubi di fissazioni o manifestano preoccupanti disturbi di natura ossessivo-compulsiva.

Modalità utili per prevenire questi episodi di ansia o panico sono la pratica di tecniche di rilassamento, la respirazione profonda, lo yoga, la meditazione e/o la preghiera; e inoltre: camminate, attività sportive, giardinaggio...

Benefici e percorsi positivi

La terapia cognitivo-comportamentale aiuta a tollerare l'ansia, a ridimensionare le interpretazioni catastrofiche, a prendere maggior controllo della situazione attraverso esercizi guidati e una valutazione più obiettiva delle cose.

I benefici della paura sono molteplici, la pandemia lo ha evidenziato.

La prima considerazione è che la paura porta a riflettere sulla precarietà della salute e della vita, sulla provvisorietà delle certezze e dei beni acquisiti, sull'inevitabilità della morte propria o delle persone care. Fare introspezione aiuta a discernere ciò che è importante ed essenziale da ciò che è effimero e marginale.

In secondo luogo, all'ombra della paura veglia la virtù della prudenza. La minaccia del coronavirus sprona ad assumere comportamenti responsabili e a scongiurare condotte imprudenti. Le restrizioni, l'appello a evitare assembramenti, la sospensione di attività religiose, culturali e sportive mirano a tutelare il bene comune.

In terzo luogo, la paura favorisce la collaborazione: insieme si affrontano i problemi, insieme si lavora per arginare i pericoli, superare i propri interessi per mettere al centro la solidarietà, la prossimità agli anziani e alle persone sole e bisognose.

In quarto luogo, la paura può trasformarsi in creatività nell'uso del tempo libero, nel dare risposte innovative ai limiti imposti dall'emergenza, nel coltivare l'arte come antidoto alla noia, nell'uso positivo della tecnologia.

In quinto luogo, il coronavirus invita all'umiltà, ricordandoci che non sono le grandi cose che cambiano la storia, ma quelle piccole che sfuggono alla presunzione della scienza o al nostro controllo, ma costringono a un bagno di realismo esistenziale. Il covid-19 ha fatto crollare i miti dell'autosufficienza e dell'invincibilità e ci ha resi più consapevoli della nostra vulnerabilità e impotenza.

In sesto luogo, il tempo del contagio ha portato alla luce un crescente bisogno di spiritualità, dell'aiuto di Dio, di pregare, di mobilitare le proprie risorse interiori. Con frequenza, nei momenti critici, le persone si affidano alla preghiera e invocano Dio. perché venga in soccorso delle debolezze umane.

L'umiltà alimenta la spiritualità

La spiritualità si manifesta anche nella carità che si attiva attraverso forme di supporto verso chi è emarginato, malato o in cordoglio mediante l'ascolto, il conforto e l'aiuto pratico.

In sintesi, la paura si mitiga accettandola con serenità, condividendola con semplicità, valutandola con maturità e ridimensionandola attraverso lo sviluppo di strategie benefiche nel rapporto con sé stessi e con gli altri.

Il percorso speranzoso consiste nel "non aver paura di aver coraggio", nella testimonianza del giudice Paolo Borsellino: «È normale che esista la paura, l'importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti». 

Arnaldo Pangrazzi

 

(tratto da Missione Salute, n. 4/2021, pag. 64)

 

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