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Domenica, 15 Febbraio 2026 09:06

VI Domenica del tempo ordinario - Anno A

VI Domenica del tempo ordinario - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Sir 15,16-21

Dal libro del Siracide
 

Se vuoi osservare i suoi comandamenti,
essi ti custodiranno;
se hai fiducia in lui, anche tu vivrai.

Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua:
là dove vuoi tendi la tua mano.

Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il male:
a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà.

Grande infatti è la sapienza del Signore;
forte e potente, egli vede ogni cosa.

I suoi occhi sono su coloro che lo temono,
egli conosce ogni opera degli uomini.

A nessuno ha comandato di essere empio
e a nessuno ha dato il permesso di peccare.


Salmo Responsoriale Sal 118 (119)

Beato chi cammina nella legge del Signore.

Beato chi è integro nella sua via
e cammina nella legge del Signore.
Beato chi custodisce i suoi insegnamenti
e lo cerca con tutto il cuore.

Tu hai promulgato i tuoi precetti
perché siano osservati interamente.
Siano stabili le mie vie
nel custodire i tuoi decreti.

Sii benevolo con il tuo servo e avrò vita,
osserverò la tua parola.
Aprimi gli occhi perché io consideri
le meraviglie della tua legge.

Insegnami, Signore, la via dei tuoi decreti
e la custodirò sino alla fine.
Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge
e la osservi con tutto il cuore.

 
Seconda Lettura  1 Cor 2,6-10
 
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
 
Fratelli, tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla. Parliamo invece della sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria.
Nessuno dei dominatori di questo mondo l’ha conosciuta; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria.
Ma, come sta scritto:
«Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì,
né mai entrarono in cuore di uomo,
Dio le ha preparate per coloro che lo amano».
Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio.
 
Canto al Vangelo (Cf. Mt 11,25)


Alleluia, Alleluia

Ti rendo lode, Padre,
Signore del cielo e della terra,
perché ai piccoli hai rivelato
i misteri del Regno.

Alleluia, Alleluia

 

Vangelo Mt 5,17-37

Dal Vangelo secondo Matteo
 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!
Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».

OMELIA
 
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a portare a compimento».
Gesù non distrugge la religione dei padri: la attraversa fino in fondo. È figlio dell’ebraismo e, come ogni ebreo, ha creduto che quella tradizione fosse via, verità e vita. Ma nel suo cammino matura una consapevolezza decisiva: riconosce i limiti di un sistema che separa i giudei dai non-giudei, che pensa Dio come possesso esclusivo e che ne subordina l’esperienza a mediazioni obbligate – profeti, sacerdoti, tempio, apparato religioso.
Il battesimo segna una soglia. Un vero passaggio di stato. Dal grembo della religione all’esperienza immediata di Dio. È una deflagrazione interiore: Gesù scopre di essere Figlio.
Da quel momento la mediazione cade. Non più una religione che indica la via, ma un’esperienza che è la via. Non più una verità trasmessa dall’esterno, ma una verità incarnata. Non più una vita promessa, ma una vita vissuta nell’Uno: «Io e il Padre siamo uno».
Per questo può dire: «Io sono la via, la verità e la vita», perché io sono nel Padre e il Padre è in me. Non c’è più un’istanza esterna che stabilisca cosa è lecito o illecito, cosa si deve o non si deve fare. Ora la decisione nasce dalla coscienza, istante per istante. Libertà dal passato, libertà per il futuro. Essere uno con l’Uno.
E qui sta lo scandalo più grande: questa esperienza non è riservata a Gesù. È possibile a tutti. Questa è la libertà dell’essere umano. Tutti possiamo dire: io sono via, verità e vita, perché partecipiamo della stessa natura divina. «Chi si unisce al Signore forma con lui un solo Spirito» (1Cor 6,17).
Impastato di divino, l’essere umano può agire da Dio, senza appoggiarsi a mediazioni esterne vendute come “volontà di Dio”, a patto di lasciar cadere ciò che impedisce alla sua natura autentica di esprimersi: il mio e l’io.
Per questo Gesù dice: «Il vostro parlare sia “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».
Quando si prende coscienza di essere uno nell’Uno, nulla di ciò che accade è fuori da questa unità.
Arnaud Desjardins rilegge così: dite: ciò che è, è; ciò che non è, non è. Il resto viene dal mentale.
La questione, allora, è restare con ciò che è. Con la vita nella sua interezza, luminosa o tenebrosa che sia. Riconoscere la realtà.
Non ciò che dovrebbe essere, ma ciò che è – come insegnava Swami Prajnanpad.
La sofferenza nasce quando il mentale si sovrappone al reale: dovrebbe essere diverso, non posso accettare ciò che accade.
È questo il “maligno”: il mentale che rifiuta la realtà e ci fa vivere di proiezioni, emozioni, illusioni, rabbia, frustrazione.
Accogliere ciò che è non significa tollerare tutto o subire. Significa guardare la realtà senza sovrastrutture mentali e, da lì, agire con lucidità e responsabilità, trasformando ciò che può essere trasformato.
Non contro la vita, ma dentro la vita.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 15 Febbraio 2026 08:58

V Domenica del tempo ordinario - Anno A

V Domenica del tempo ordinario - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Is 58,7-10

Dal libro del profeta Isaia
 

Così dice il Signore:
«Non consiste forse [il digiuno che voglio]
nel dividere il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza trascurare i tuoi parenti?
Allora la tua luce sorgerà come l’aurora,
la tua ferita si rimarginerà presto.
Davanti a te camminerà la tua giustizia,
la gloria del Signore ti seguirà.
Allora invocherai e il Signore ti risponderà,
implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”.
Se toglierai di mezzo a te l’oppressione,
il puntare il dito e il parlare empio,
se aprirai il tuo cuore all’affamato,
se sazierai l’afflitto di cuore,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce,
la tua tenebra sarà come il meriggio».


Salmo Responsoriale Sal 111 (112)

Il giusto risplende come luce.

Spunta nelle tenebre, luce per gli uomini retti:
misericordioso, pietoso e giusto.
Felice l’uomo pietoso che dà in prestito,
amministra i suoi beni con giustizia.
 
Egli non vacillerà in eterno:
eterno sarà il ricordo del giusto.
Cattive notizie non avrà da temere,
saldo è il suo cuore, confida nel Signore.
 
Sicuro è il suo cuore, non teme,
egli dona largamente ai poveri,
la sua giustizia rimane per sempre,
la sua fronte s’innalza nella gloria.

 
Seconda Lettura  1 Cor 2,1-5
 
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
 
Io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso.
Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.
 
Canto al Vangelo (Cf. Gv 8,12)


Alleluia, Alleluia

Io sono la luce del mondo, dice il Signore;
chi segue me, avrà la luce della vita.

Alleluia, Alleluia

 

Vangelo Mt 5,13-16

Dal Vangelo secondo Matteo
 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli». 

OMELIA
 
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Nell’antichità il sale veniva applicato sulle ferite come antisettico e antidolorifico: bruciava, sì, ma proprio quel bruciore impediva alla ferita di infettarsi e ne favoriva la guarigione. Non è un dettaglio secondario. Il profeta Isaia lo traduce in linguaggio spirituale quando scrive:
«Se tu dividerai il pane con l’affamato, introdurrai in casa i miseri, i senza tetto, vestirai uno che vedi nudo, allora la tua ferita si rimarginerà presto» (Is 58,8).
È un passaggio sorprendente. La cura dell’altro, il gesto che solleva chi è precipitato nel fango e nel non-senso, diventa cura delle nostre stesse ferite. Come se la guarigione non fosse mai un fatto privato, intimistico, ma un movimento che passa attraverso l’altro.
E in fondo, chi di noi non porta dentro piaghe esistenziali? Ferite antiche, magari inferte nell’infanzia, oppure prodotte da amori storti, attese tradite, parole che hanno scavato più di quanto ammettiamo. Ferite causate dal dolore subìto, ma anche da quello arrecato. Il vangelo di oggi non propone scorciatoie: indica una strada che passa attraverso il sale.
Il sale – il balsamo dell’amore – versato sulle ferite dell’altro, è ciò che lentamente rimargina le nostre.
Se non diamo sapore alla vita altrui, finiamo col perdere il gusto della nostra. La vita diventa allora insipida, scialba, priva di densità, come una storia che scorre senza lasciare traccia. Senza ingenuità però: perché sappiamo bene che amare non è indolore. L’amore, prima o poi, brucia. Brucia come il sale sul vivo di una ferita. Ma proprio lì avviene la guarigione.
«Voi siete la luce del mondo» (v. 14). Anche qui è Isaia a offrirci la traduzione concreta di cosa significhi essere luce:
«Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se offrirai il pane all’affamato, se sazierai chi è digiuno, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio» (vv. 9-10).
La luce non è un possesso, ma un effetto. Saremo luminosi solo nella misura in cui cominceremo a illuminare gli altri. Se non lo facciamo, lentamente ci spegniamo anche noi. Il bene compiuto verso l’altro alimenta la nostra lampada; senza questo olio, la fiamma si affievolisce.
Non a caso, nella Chiesa primitiva i battezzati venivano chiamati “gli illuminati”: non perché superiori, ma perché impregnati di Gesù, la luce. Eppure, questa illuminazione non è mai per sé. Siamo stati illuminati per far uscire dal buio i fratelli. Una luce trattenuta, ripiegata su sé stessa, è una contraddizione.
Una vita vissuta nell’oscurità dell’egoismo, coperta da un secchio – il moggio del vangelo – è una vita destinata a spegnersi. Anche una vita apparentemente tranquilla, consumata nell’ombra, nel nascondimento del proprio quieto vivere centrato su di sé, finisce per spegnersi nell’insignificanza.
Gesù mostra che la vita capace di illuminare il mondo e di dare sapore alla storia è quella che ama sino alla fine, quella che ha il coraggio di salire su quel candelabro che è la croce (v. 15).
Una vita che è “venuta alla luce”, ma che non si alimenta dell’olio dell’amore – facendo così luce a tutti coloro che le stanno intorno – si spegne presto. Rimane biologicamente in vita, forse religiosamente attiva, ma interiormente morta, anche se detta vivente.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 01 Febbraio 2026 08:51

IV Domenica del tempo ordinario - Anno A

IV Domenica del tempo ordinario - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Sof 2,3; 3,12-13

Dal libro del profeta Sofonia
 

Cercate il Signore
voi tutti, poveri della terra,
che eseguite i suoi ordini,
cercate la giustizia,
cercate l'umiltà;
forse potrete trovarvi al riparo
nel giorno dell' ira del Signore.
«Lascerò in mezzo a te
un popolo umile e povero».

Confiderà nel nome del Signore
il resto d'Israele.
Non commetteranno più iniquità
e non proferiranno menzogna;
non si troverà più nella loro bocca
una lingua fraudolenta.
Potranno pascolare e riposare
senza che alcuno li molesti.


Salmo Responsoriale Sal 145 (146)

Beati i poveri in spirito.

Il Signore rimane fedele per sempre 
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri

Il Signore ridona la vista ai ciechi, 
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri.

Egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione.

 
Seconda Lettura  1Cor 1,26-31
 
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
 
Considerate la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili.
Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio.
Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore.
 
Canto al Vangelo (Mt 5,12a)


Alleluia, Alleluia

Rallegratevi ed esultate,
perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.

Alleluia, Alleluia

 

Vangelo Mt 5,1-12a

Dal Vangelo secondo Matteo
 

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

 

OMELIA
 
La felicità – intesa come pienezza di vita – accade a chi impara a mollare la presa.
Il vuoto che si crea dentro non è mancanza, ma spazio ospitale: è la via segreta della pienezza. Lasciare andare, staccarsi, allentare il controllo è ciò che rende possibile l’essere raggiunti. Felici coloro che non affidano la propria gioia a qualcosa di esterno, perché la felicità non si conquista: è sempre un effetto collaterale. Arriva quando smetti di inseguirla. Quando l’io e il mio si fanno silenzio, scopri che felice lo eri da sempre.
Beati coloro che imparano a fare lutto nella propria vita.
A piangere le persone perdute, le occasioni mancate, ciò che non si è potuto vivere – per colpa propria o altrui. A piangere il dolore subito e, con maggiore fatica, quello inflitto. Piangere è dare un corpo alla tristezza, permettere all’anima di drenare, di non stagnare.
«È triste piangere per ciò che si è sofferto, ma è più triste non piangere affatto, perché questo significa non aver amato. Chi piange esprime disperatamente il suo amore: per la luce velata dall’avversità. Chi piange lascia andare il dolore, e così si consola» (Pablo d’Ors).
Ci sono cose che non si vedono se non con occhi che hanno pianto (Louis Veuillot).
Mite è chi ha pianto a sufficienza da ripulire lo sguardo e vedere la realtà per ciò che è.
La mitezza comincia da sé: dal trattarsi con delicatezza, dal perdonarsi senza violenza, dal fluire con la vita invece di opporle resistenza. Lasciarla passare, come passa il fiume.
«Non voglio diventare migliore, voglio sorridere al mio peggio» (Chandra Candiani).
Giusto è chi vive secondo la propria natura (Platone).
Dovremmo essere affamati e assetati di compierci per ciò che siamo, senza rincorrere i sogni degli altri. Imparare a sostare nella propria incompletezza: solo così potremo lottare perché anche gli altri giungano alla loro. Perché non esiste felicità autentica dentro l’infelicità altrui.
La prima misericordia va esercitata verso sé stessi.
Occorre mettere a tacere il super-io, quel giudice inflessibile che ci abita e che alimenta sensi di colpa devastanti ogni volta che non siamo all’altezza dei nostri ideali.
«Neanch’io ti condanno» – dice Gesù alla donna sorpresa in adulterio – «va’ e d’ora in poi non fallire la vita».
Solo chi è misericordioso con sé stesso incontrerà misericordia. Chi si perdona può iniziare a perdonare. E perdonare significa riconciliarsi con ciò che si è stati e con ciò che si è.
Beato chi ha un cuore puro: incapace di secondi fini, capace di dire ciò che intende dire, e di amare lasciando libero l’amato.
Kierkegaard definisce la purezza di cuore come il desiderare una cosa sola. Siamo ingolfati da desideri a cui affidiamo la nostra felicità. Eppure l’unico desiderio che non tradisce è desiderare ciò che siamo, qui e ora: unico porto sicuro da cui salpare verso un oggi colmo di possibilità.
«Chi è in guerra con sé stesso è in guerra con il mondo intero» (Gandhi). E viceversa.
Si diventa operatori di pace quando si accoglie la propria polarità, altro nome della contraddizione. Tutto è polarizzato: inspiro ed espiro, unico modo per vivere. Notte e giorno, unico modo perché il tempo si compia. Morte dell’inverno e vita dell’estate.
Saremo in pace quando sapremo armonizzare gli opposti che ci abitano e riposarci in essi. A volte, per raggiungere un punto, occorre mirare decisamente altrove. Come nel tiro con l’arco: la freccia vola lontano solo perché il braccio si tende con forza in direzione ostinata e contraria. I conflitti vanno attraversati creativamente, non evitati, se vogliamo che si trasformino.
La causa di Dio agonizza sempre in questo mondo.
Le persone luminose sono tollerate finché non fanno rumore. Quando lo fanno, vengono fraintese, derise, perseguitate. La loro santità sta nel modo in cui fanno tana dentro tutto questo.
Il santo, l’essere maturo, è colui che ha imparato a stare: diritto come un albero, con radici profonde, nella calma e nella tempesta, negli applausi e nelle critiche. Sa che lodi e insulti, dal punto di vista dell’essere, non hanno peso. Tutto scorre. Tutto è vapore. E ogni colpo ricevuto lo allontana dall’effimero e lo avvicina all’essenziale.
«Nessuno può fermarlo. Possiede una forza sconosciuta al mondo. Ha lo sguardo fisso sul bersaglio verso cui cammina; tutto il resto è niente» (Pablo d’Ors).

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 25 Gennaio 2026 08:43

III Domenica del tempo ordinario - Anno A

III Domenica del tempo ordinario - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Is 8,23b - 9,3

Dal libro del profeta Isaia
 

In passato il Signore umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti.
Il popolo che camminava nelle tenebre
ha visto una grande luce;
su coloro che abitavano in terra tenebrosa
una luce rifulse.
Hai moltiplicato la gioia,
hai aumentato la letizia.
Gioiscono davanti a te
come si gioisce quando si miete
e come si esulta quando si divide la preda.
Perché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva,
la sbarra sulle sue spalle,
e il bastone del suo aguzzino,
come nel giorno di Mádian.


Salmo Responsoriale Sal 26 (27)

Il Signore è mia luce e mia salvezza.

 

Il Signore è mia luce e mia salvezza:
di chi avrò timore?
Il Signore è difesa della mia vita:
di chi avrò paura?

Una cosa ho chiesto al Signore,
questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore
tutti i giorni della mia vita,
per contemplare la bellezza del Signore
e ammirare il suo santuario

Sono certo di contemplare la bontà del Signore
nella terra dei viventi.
Spera nel Signore, sii forte,
si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.

 
Seconda Lettura  1 Cor 1,10-13.17
 
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
 
Vi esorto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire.
Infatti a vostro riguardo, fratelli, mi è stato segnalato dai familiari di Cloe che tra voi vi sono discordie. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «Io invece di Cefa», «E io di Cristo».
È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo?
Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo.
 
Canto al Vangelo (Mt 4,23)


Alleluia, Alleluia

Gesù predicava il vangelo del Regno
e guariva ogni sorta di infermità nel popolo.

Alleluia, Alleluia

 

Vangelo Mt 4,12-23

Dal Vangelo secondo Matteo
 

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,
sulla via del mare, oltre il Giordano,
Galilea delle genti!
Il popolo che abitava nelle tenebre
vide una grande luce,
per quelli che abitavano in regione e ombra di morte
una luce è sorta».
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

 

OMELIA
 
«Non è per questo che brillate e sentite dentro di voi il calore e l’impulso a splendere? Sì, perché portate dentro di voi la potenza delle stelle» (Leonardo Boff).
La cosmologia contemporanea ci ricorda che siamo nati dalle stelle. Dodici miliardi di anni fa, le Giganti Rosse sono esplose, e gli elementi sprigionati da quelle deflagrazioni cosmiche, espandendosi nello spazio, li ritroviamo oggi in ciò che chiamiamo vita. Il calcio delle nostre ossa, il ferro del nostro sangue, il carbonio che struttura le nostre cellule: tutto proviene da antiche esplosioni stellari.
Siamo letteralmente fatti di polvere cosmica.
«Convertiti, perché il regno dei cieli è vicino», dice Gesù nel vangelo di oggi. Convertirsi significa cambiare mentalità, iniziare a pensare e a pensarci diversamente. Vuol dire entrare in contatto con l’eternità, la stessa luce cosmica che ci abita, senza restare prigionieri del male che scopriamo in noi.
Significa credere al bene che possiamo fare, di cui siamo capaci, significa lasciarsi incendiare dal fuoco che ci portiamo dentro, assecondando l’impulso a splendere, credere ai propri desideri, ossia alla nostra “mancanza di stelle”.
Per questo, «Non lasciarti cadere le braccia» (Sof 3,16), ma usale per “pescare” fuori dai gorghi della storia (cfr. v. 19) le donne e gli uomini che vi sono caduti dentro, vedendo così calpestata la loro dignità.
I primi collaboratori di Gesù non erano sapienti né dotti: erano semplici pescatori, con il volto bruciato dal sole e le mani segnate dalle reti. Gesù li chiama a sé non per proclamare dottrine o definire verità su Dio, ma per liberare le persone dal male. La salvezza, così, non coincide con l’ortodossia, bensì con l’ortoprassi: gesti concreti, atti segnati dal bene.
Essere cristiani significherà dunque portare avanti la creazione, custodire la nostra umanità, generare fraternità. Non è casuale che all’inizio Gesù chiami a sé coppie di fratelli — Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni — perché, in fondo, il cristianesimo è energia immessa nella storia, capace di richiamare in vita i Caino e gli Abele di sempre, trasformando così il fratricidio in fraternità.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 18 Gennaio 2026 09:20

Battesimo del Signore - Anno A

Battesimo del Signore - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Is 42,1-4.6-7

Dal libro del profeta Isaia
 

Così dice il Signore:
«Ecco il mio servo che io sostengo,
il mio eletto di cui mi compiaccio.
Ho posto il mio spirito su di lui;
egli porterà il diritto alle nazioni.

Non griderà né alzerà il tono,
non farà udire in piazza la sua voce,
non spezzerà una canna incrinata,
non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta;
proclamerà il diritto con verità.
Non verrà meno e non si abbatterà,
finché non avrà stabilito il diritto sulla terra,
e le isole attendono il suo insegnamento.

Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia
e ti ho preso per mano;
ti ho formato e ti ho stabilito
come alleanza del popolo
e luce delle nazioni,
perché tu apra gli occhi ai ciechi
e faccia uscire dal carcere i prigionieri,
dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre».


Salmo Responsoriale Sal 28 (29)

Il Signore benedirà il suo popolo con la pace.

Date al Signore, figli di Dio,
date al Signore gloria e potenza.
Date al Signore la gloria del suo nome,
prostratevi al Signore nel suo atrio santo.
 
La voce del Signore è sopra le acque,
il Signore sulle grandi acque.
La voce del Signore è forza,
la voce del Signore è potenza.
 
Tuona il Dio della gloria,
nel suo tempio tutti dicono: «Gloria!».
Il Signore è seduto sull’oceano del cielo,
il Signore siede re per sempre.

 
Seconda Lettura At 10,34-38
 
Dagli Atti degli Apostoli
 
In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga.
Questa è la Parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, annunciando la pace per mezzo di Gesù Cristo: questi è il Signore di tutti.
Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui».
 
Canto al Vangelo (Mc 9,6)


Alleluia, Alleluia

Si aprirono i cieli e la voce del Padre disse:
«Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!».

Alleluia, Alleluia

 

Vangelo Mt 3,13-17

Dal Vangelo secondo Matteo
 

In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare.
Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

 

OMELIA
 
Giovanni il Battista e Gesù.
Due uomini vicinissimi nel tempo, nello spazio, perfino nell’acqua del Giordano. Eppure, lontanissimi. Lontani nel modo di guardare l’uomo, di pensare il destino, di immaginare Dio.
Giovanni è figlio di un immaginario apocalittico, duro, urgente. Le sue parole bruciano: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque frutti degni della conversione. La scure è posta alla radice degli alberi» (Mt 3,7.10).
Per lui l’uomo è leggibile a partire dal peccato. È segnato, ferito, storto fin dall’origine. E tuttavia Giovanni crede che qualcosa si possa fare: atti giusti, opere degne, una vita raddrizzata potrebbero forse placare Dio, allontanare la falce, sospendere la sentenza di morte.
Gesù di Nazareth, stando ai vangeli, sembra muoversi in tutt’altra direzione. Non nega il male, ma non lo assume come chiave interpretativa dell’umano. L’uomo, per Gesù, non è sbagliato a prescindere. Il suo Dio non è il Dio dei morti, ma dei vivi. E il Regno non è una promessa differita: è una possibilità da incarnare qui, ora, nella carne della storia.
Anche Gesù entra nell’acqua. Entra nella morte simbolica, anticipo di una discesa più radicale. Ma non come gesto espiatorio, né come atto penitenziale. Entra nell’acqua come scelta: scegliere la vita reale, quella feriale, imperfetta, concreta. Convinto che sia solo lì, e non altrove, che l’umano può lentamente ascendere. E lo fa attraverso una sola modalità: l’amore.
Nel suo cammino terreno non troviamo sacrifici offerti a Dio, né pratiche di purificazione, né itinerari di conversione per guadagnarsi il cielo. Troviamo invece corpi toccati, ferite accolte, fame condivisa. Nei testi non si racconta di un Battista che guarisca, che spezzi il pane, che si lasci ferire dal dolore dei poveri. Giovanni è concentrato su Dio, tutto proteso verso la propria salvezza. Ma dimentica un dettaglio decisivo: che “la via più breve verso Dio passa sempre per i fratelli” (Doroteo di Gaza).
Gesù, al contrario, restituisce la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, la dignità ai corpi spezzati. Dona pane agli affamati, vita ai morti, vino – cioè gioia, abbondanza, festa – a una tavola di nozze. È solo incarnando uno stile altro, uno stile di vita buona, che il cielo si apre: «si aprirono per lui i cieli».
Il cosiddetto paradiso, allora, non è il premio riservato ai giusti. È una condizione dell’esistere, accessibile qui e ora, per chi si impegna a far spazio al bene. Non un domani da attendere, ma un presente da abitare. E subito appare lo Spirito: forza creatrice, generativa, la stessa che aleggiava sulle acque all’inizio, come racconta la Genesi. Dove c’è amore, qualcosa ricomincia. Avviene una vera e propria ri-creazione. Il passato non è più una condanna, e l’umano può finalmente compiersi.
Lasciamo allora Giovanni il Battista – e tutti i predicatori di tristezza – nel luogo che più gli appartiene, il deserto.
E immergiamoci nella vita.
Perché è lì, solo lì, che la creazione continua a nascere. Ogni volta, come se fosse la prima.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 18 Gennaio 2026 09:12

II Domenica dopo Natale - Anno A

II Domenica dopo Natale - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Sir 24,1-4.12-16

Dal libro del Siracide
 

La sapienza fa il proprio elogio,
in Dio trova il proprio vanto,
in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria.
Nell'assemblea dell'Altissimo apre la bocca,
dinanzi alle sue schiere proclama la sua gloria,
in mezzo al suo popolo viene esaltata,
nella santa assemblea viene ammirata,
nella moltitudine degli eletti trova la sua lode
e tra i benedetti è benedetta, mentre dice:
«Allora il creatore dell'universo mi diede un ordine,
colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda
e mi disse: "Fissa la tenda in Giacobbe
e prendi eredità in Israele,
affonda le tue radici tra i miei eletti" .
Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creata,
per tutta l'eternità non verrò meno.
Nella tenda santa davanti a lui ho officiato
e così mi sono stabilita in Sion.
Nella città che egli ama mi ha fatto abitare
e in Gerusalemme è il mio potere.
Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso,
nella porzione del Signore è la mia eredità,
nell'assemblea dei santi ho preso dimora».


Salmo Responsoriale Sal 147

Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi.

Celebra il Signore, Gerusalemme,
loda il tuo Dio, Sion,
perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte,
in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli.
 
Egli mette pace nei tuoi confini
e ti sazia con fiore di frumento.
Manda sulla terra il suo messaggio:
la sua parola corre veloce.
 
Annuncia a Giacobbe la sua parola,
i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun'altra nazione,
non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi.

 
Seconda Lettura Ef 1,3-6.15-18
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini
 
Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo.
In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo
per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità,
predestinandoci a essere per lui figli adottivi
mediante Gesù Cristo,
secondo il disegno d'amore della sua volontà,
a lode dello splendore della sua grazia,
di cui ci ha gratificati nel Figlio amato.
Perciò anch'io [Paolo], avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell'amore che avete verso tutti i santi, continuamente rendo grazie per voi ricordandovi nelle mie preghiere, affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi.
 
Canto al Vangelo (Cf. 1Tm 3,16)


Alleluia, Alleluia

Gloria a te, o Cristo, annunciato a tutte le genti;
gloria a te, o Cristo, creduto nel mondo.

Alleluia, Alleluia

 

Vangelo Gv 1,1-18

Dal Vangelo secondo Giovanni
 

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l'hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.

 

OMELIA
 
«A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1, 12).
Queste parole parlano d’una possibilità iscritta nell’umano, da sempre.
‘Diventare figli di Dio’ non è tanto uno status da raggiungere, ma un compito, un lento processo di emersione, un venire alla luce che matura nel tempo. È permettere a ‘ciò che siamo in profondità’ – il nostro Sé autentico – di affiorare, senza forzature, come qualcosa che attende solo di essere riconosciuto, custodito, fatto crescere.
‘Essere figli’ è come riconoscere una parentela. Scoprire di appartenere alla stessa sostanza della vita, alla medesima energia creatrice, Dio se vogliamo chiamarlo così. Portiamo già in noi questa qualità divina, la forza capace di espandersi, di prendere forma, di trasformare l’esistenza. Una scintilla che attende solo di diventare fuoco. È quello che alcuni chiamano ‘Sé autentico’, altri Amore, altri Coscienza, Dio…
«A quanti lo hanno accolto…».
Accogliere è dare spazio, coltivare, prendersi a cuore questo principio divino che ci abita. Lasciarlo crescere, praticarlo ogni giorno. Gesù di Nazareth è l’uomo che ha fatto tutto questo, fino a diventare trasparente al divino stesso che l’abitava, ‘Figlio di Dio’, appunto.
Il vangelo è in fondo l’invito a portare l’umano alle sue estreme conseguenze. A vivere secondo la propria natura più profonda, e la nostra natura più profonda è – come si è detto – il divino stesso, l’Amore, il Sé autentico…. Per cui vivere secondo questa nostra ‘Sorgente’ significa renderci disponibili a lasciare che l’amore diventi criterio, misura, respiro dell’esistenza.
‘Diventare figli’ è dunque un atto di responsabilità, prendersi cura della vita che ci è stata affidata; fidarsi della vita che ci attraversa. Credere nella possibilità di realizzazione che ci abita; riconoscere che la creatività dell’amore è una responsabilità personale, una scelta quotidiana, una pratica concreta.
Non si tratta di ‘avere fede in un Dio’. Siamo noi a dover avere fede anzitutto in noi stessi, e credere nella possibilità di realizzazione che Dio ci ha donato.
Ciascuno porta già in sé il potere di compiersi. Di dare forma alla propria umanità. Di lasciar emergere la luce che lo governa. Quando questa potenzialità viene abitata, coltivata, incarnata, la vita fiorisce.
‘Diventare figli’ significa dunque ‘venire alla luce di sé’. Permettere che l’Amore – il principio che ci costituisce – diventi carne. Rendere visibile, nella trama quotidiana dell’esistenza, ciò che abbiamo imparato a chiamare Dio. In una parola: vivere in modo tale che la vita, guardandoci, possa riconoscersi.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 18 Gennaio 2026 09:04

II Domenica del tempo ordinario - Anno A

II Domenica del tempo ordinario - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Is 49,3.5-6

Dal libro del profeta Isaia
 

Il Signore mi ha detto:
«Mio servo tu sei, Israele,
sul quale manifesterò la mia gloria».
Ora ha parlato il Signore,
che mi ha plasmato suo servo dal seno materno
per ricondurre a lui Giacobbe
e a lui riunire Israele
- poiché ero stato onorato dal Signore
e Dio era stato la mia forza -
e ha detto: «È troppo poco che tu sia mio servo
per restaurare le tribù di Giacobbe
e ricondurre i superstiti d'Israele.
Io ti renderò luce delle nazioni,
perché porti la mia salvezza
fino all'estremità della terra».


Salmo Responsoriale Sal 39 (40)

Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà.

Ho sperato, ho sperato nel Signore,
ed egli su di me si è chinato,
ha dato ascolto al mio grido.
Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo,
una lode al nostro Dio.

Sacrificio e offerta non gradisci,
gli orecchi mi hai aperto,
non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.
Allora ho detto: «Ecco, io vengo».

«Nel rotolo del libro su di me è scritto
di fare la tua volontà:
mio Dio, questo io desidero;
la tua legge è nel mio intimo».

Ho annunciato la tua giustizia
nella grande assemblea;
vedi: non tengo chiuse le labbra,
Signore, tu lo sai.

 
Seconda Lettura  1Cor 1,1-3
 
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
 
Paolo, chiamato a essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Sòstene, alla Chiesa di Dio che è a Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata, insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!
 
Canto al Vangelo (Gv 1,14a.12a)


Alleluia, Alleluia

Il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
a quanti lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio.

Alleluia, Alleluia

 

Vangelo Gv 1,29-34

Dal Vangelo secondo Giovanni
 

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: "Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me". Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell'acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell'acqua mi disse: "Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo". E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

 

OMELIA
 
Il Battista vede Gesù venire verso di lui e pronuncia parole pesanti, cariche di secoli:
«Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29).
Alle orecchie di un ebreo questa frase evocava capri espiatori, il sacrificio, l’idea di una colpa da rimuovere, di un male da scaricare su qualcuno. Un intero universo simbolico si metteva in moto.
E tuttavia, con Gesù, questa narrazione di fatto si interrompe. O meglio: avrebbe dovuto interrompersi. Gesù non ha mai letto la propria vita — tantomeno la sua morte — come un atto redentivo in senso sacrificale. Non si è mai pensato come l’“agnello di Dio”, né come un capro espiatorio incaricato di togliere il peccato da questo mondo. Non aveva alcuna coscienza di dover espiare colpe altrui, né di dover versare il proprio sangue per placare un dio assetato e irato. Questa lettura nascerà dopo, soprattutto con Paolo e con il Vangelo di Giovanni, e da lì verrà trasmessa fino a noi, impregnando profondamente la teologia cristiana e la liturgia di una visione espiatoria e sacrificale della salvezza. Una narrazione potente, certo, ma non originaria. Una rilettura posteriore, che ha finito per sovrapporsi alla vicenda storica e al messaggio concreto di Gesù di Nazareth.
Oggi dobbiamo avere il coraggio di fare un passo avanti, e dirlo con forza: il peccato non è innanzitutto una lista di infrazioni morali, né un debito da saldare con Dio. Questa è una caricatura tardiva. Il peccato è un fallimento dell’amore. È un amore che non raggiunge il suo scopo, che manca il bersaglio e per questo ferisce — prima di tutto chi lo vive. È un amore storto, impazzito, ripiegato su di sé. Un amore che consuma invece di generare.
Il vero peccato è l’incapacità di amare senza distruggere. E il mondo ne è pieno.
Quando il Vangelo parla di “salvezza”, allora, non sta promettendo un risarcimento ultraterreno, né un condono spirituale. Sta indicando una possibilità molto più concreta e molto più esigente: essere salvati dalla nostra incapacità di amare.
Gesù non viene a togliere il male come si rimuove un ostacolo. Viene a portarlo. A stare dentro il disastro delle nostre relazioni, dei nostri desideri, dei nostri egoismi. Il verbo usato non indica una cancellazione, ma un’assunzione. Qualcuno che prende su di sé il peso di un’umanità che non sa più amare senza ferire.
Questo è scandaloso, perché ci toglie ogni alibi religioso. Non possiamo più nasconderci dietro la colpa, né aspettare una salvezza che accada al posto nostro. La salvezza è imparare un altro modo di amare. E costa.
Il Battista dice che su Gesù rimane lo Spirito Santo. Non lo sfiora, non lo visita: rimane.
Lo Spirito è la forza della vita che insiste, che crea, che ricrea. È l’energia che attraversa la materia, che fa germogliare, che spinge in avanti l’esistenza. Gesù è l’uomo totalmente attraversato da questa forza. Non perché evade il mondo, ma perché lo attraversa senza chiudersi, senza indurirsi, senza smettere di amare.
Per questo è chiamato “Figlio di Dio”. Non perché possieda una natura diversa dalla nostra, ma perché vive pienamente ciò che Dio è: vita che genera vita. Chi ama così sta agendo da Dio. Chi cura, chi apre spazio all’altro, chi si dona perché l’altro possa diventare sé stesso, rende Dio presente qui e ora.
Gesù è il Figlio perché è l’uomo compiuto. L’uomo che non ha tradito la propria vocazione all’amore. È il sogno di Dio realizzato nella carne.
E allora il Vangelo non accarezza per tranquillizzare, ma toglie i veli. Non distribuisce assoluzioni facili, ci mette invece a nudo davanti a noi stessi. Ma soprattutto non indica scorciatoie rassicuranti perché alla fine ci invita a crescere, fino alla misura piena dell’umano. Se questa è la salvezza, allora smettiamola di chiedere a Dio di salvarci dal mondo. Si cominci invece ad amare da Dio, dentro il mondo. Si accetti di crescere, di perdere l’innocenza, di lasciare i meccanismi sterili dell’ego. Solo così — e non prima — diventeremo veramente umani. Solo così potremo dirci, senza retorica, figli e figlie di Dio.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica tra l'ottava di Natale - Santa Famiglia - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Sir 3,3-7.14-17a

Dal libro del Siracide
 

Il Signore ha glorificato il padre al di sopra dei figli
e ha stabilito il diritto della madre sulla prole.
Chi onora il padre espìa i peccati e li eviterà
e la sua preghiera quotidiana sarà esaudita.
Chi onora sua madre è come chi accumula tesori.
Chi onora il padre avrà gioia dai propri figli
e sarà esaudito nel giorno della sua preghiera.
Chi glorifica il padre vivrà a lungo,
chi obbedisce al Signore darà consolazione alla madre.
Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia,
non contristarlo durante la sua vita.
Sii indulgente, anche se perde il senno,
e non disprezzarlo, mentre tu sei nel pieno vigore.
L’opera buona verso il padre non sarà dimenticata,
otterrà il perdono dei peccati, rinnoverà la tua casa.


Salmo Responsoriale Sal 127 (128)

Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie.

Beato chi teme il Signore
e cammina nelle sue vie.
Della fatica delle tue mani ti nutrirai, 
sarai felice e avrai ogni bene

La tua sposa come vite feconda 
nell’intimità della tua casa;
i tuoi figli come virgulti d’ulivo 
intorno alla tua mensa

Ecco com’è benedetto
l’uomo che teme il Signore.
Ti benedica il Signore da Sion.
Possa tu vedere il bene di Gerusalemme 
tutti i giorni della tua vita!

 
Seconda Lettura  Col 3,12-21
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi
 
Fratelli, scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro.
Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie!
La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori. E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre.
Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come conviene nel Signore. Voi, mariti, amate le vostre mogli e non trattatele con durezza. Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino.
 
Canto al Vangelo (Col 3,15a.16a)


Alleluia, Alleluia

La pace di Cristo regno nei vostri cuori;
la parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza.

Alleluia, Alleluia

 

Vangelo Mt Mt 2,13-15.19-23

Dal Vangelo secondo Matteo
 

I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».
Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio».
Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino».
Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».

 

OMELIA
 
Giuseppe dorme, e il Mistero gli apre gli occhi alla realtà, rendendola possibile e abitabile. Un invito a uscire da una vita vissuta per inerzia per cominciare a vivere da vivo.
Giuseppe viene a rappresentare così ogni uomo che, una volta risvegliatosi, accetta di mettersi in cammino. A quel punto – e solo allora – prende con sé Maria e il bambino. Li accoglie senza possederli e senza comprenderli del tutto. Poi, insieme, attraversano l’Egitto. Precisamente vi entrano e vi escono.
Fuori di metafora: l’Egitto è il luogo delle paure, delle schiavitù interiori, delle zone d’ombra che abitano ciascuno di noi. Portarvi la luce significa permettere che anche quelle parti entrino nel respiro della vita. L’attraversamento diventa così un passaggio trasformativo.
La maturazione umana passa da qui. Abitare l’ombra, sostare nell’oscurità, attraversare il proprio deserto interiore fa parte del cammino verso un’esistenza adulta. È il tempo in cui vengono meno appoggi e certezze, e si impara a stare. In questo vuoto si apre una fede più essenziale. Non come distanza definitiva, ma come spazio consegnato alla libertà dell’uomo. È il tempo in cui non si vede, non si sente, non si comprende, e proprio per questo si viene introdotti in una conoscenza più profonda.
Il Vangelo oggi ci ricorda che riconoscere le proprie zone oscure, nominarle e attraversarle consente il ritorno a casa. Casa come luogo interiore riconciliato, dove è possibile abitare ciò che si è. Ciò che è. La vita in fondo è una e chiede di essere accolta nella sua interezza.
‘Scendere nel proprio Egitto interiore’, nelle proprie verità, anche quelle più faticose, è un gesto di onestà radicale. È il gesto di una madre che si china sulle ferite del figlio e le tocca con delicatezza. Vive infatti in ciascuno di noi un bambino interiore che chiede solo d’essere riconosciuto, ascoltato, accolto. Accogliere le proprie ferite avvia un processo di trasformazione e apre a una fecondità nuova.
A Dio è sufficiente un sogno, fragile e reale, come quello di Giuseppe. Un sogno capace di far avanzare la storia e di contenere le forze che vorrebbero spegnere la vita, dentro e fuori di noi. Questo sogno non viene infranto. Coincide con il desiderio più profondo dell’uomo: una vita piena, una felicità possibile, una vita che continua ad aprirsi.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 21 Dicembre 2025 08:46

IV Domenica di Avvento - Anno A

IV Domenica di Avvento - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Is 7,10-14

Dal libro del profeta Isaìa
 

In quei giorni, il Signore parlò ad Acaz: «Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto».
Ma Àcaz rispose: «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore».
Allora Isaìa disse: «Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele».


Salmo Responsoriale Sal 23

Ecco, viene il Signore, re della gloria.

Del Signore è la terra e quanto contiene:
il mondo, con i suoi abitanti.
È lui che l’ha fondato sui mari
e sui fiumi l’ha stabilito.

Chi potrà salire il monte del Signore?
Chi potrà stare nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro,
chi non si rivolge agli idoli.

Egli otterrà benedizione dal Signore,
giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca,
che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.

 
Seconda Lettura  Rm 1,1-7
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
 
Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il vangelo di Dio – che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture e che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti, Gesù Cristo nostro Signore; per mezzo di lui abbiamo ricevuto la grazia di essere apostoli, per suscitare l’obbedienza della fede in tutte le genti, a gloria del suo nome, e tra queste siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo –, a tutti quelli che sono a Roma, amati da Dio e santi per chiamata, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo!
 
Canto al Vangelo (Mt 1,23)


Alleluia, Alleluia

Ecco la vergine concepirà e darà alla luce un figlio:
a lui sarà dato il nome di Emmanuele: “Dio con noi”.

Alleluia, Alleluia

 

Vangelo Mt 3,1-12

Dal Vangelo secondo Matteo
 

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”.
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

 

OMELIA
 
Giuseppe deve decidere: o tenere per sé la donna amata, od obbedire alla santa Legge di Dio. O il cuore o la morte. Dice infatti Dio – che qui andrebbe scritto con la d minuscola: “Se uno commette adulterio con la moglie del suo prossimo, l’adùltero e l’adùltera dovranno esser messi a morte” (Lv 20, 10).
Dinanzi ad una scelta lacerante, Giuseppe si addormenta e sogna. Entra in un altro stato di coscienza e al risveglio ha la soluzione. Einstein ebbe a dire: “I problemi non possono essere risolti allo stesso livello di pensiero che li ha creati”. È proprio ciò che è successo a Giuseppe.
Sarebbe interessante a questo proposito interrogarsi sul mondo onirico, e alla poca attenzione prestata ad esso. La psicanalisi ci lavora da tempo, ma in ambito di spiritualità cristiana non credo sia mai stato preso in debita considerazione.
Ma non è questo il nostro tema. L’importante qui è sottolineare come Giuseppe non risolve il suo dramma pensandoci sopra, elucubrando, ma frequentando un altro livello, un luogo a parte: quello dello Spirito, in ultima analisi la sua coscienza, qui rappresentato dall’angelo e dal sogno. E vi presta obbedienza. Sceglie Maria, consapevole che questo significa disobbedire alla legge divina, e subirne tutte le conseguenze, come l’estromissione dal suo clan familiare e sociale.
Dinanzi ai grandi interrogativi che ci consumano, dovremmo imparare a frequentare altri spazi, altre modalità che non sono quelli della consuetudine, del ‘solito’, dei pensieri abituali. Ci sono soluzioni che non scaturiscono dall’averci pensato su.
Giuseppe si sveglia e prende la sua decisione: tiene con sé Maria e il mistero che l’avvolge. E impara a stare con ciò che non capisce, con l’ombra, col mistero. Invece di allontanarlo lo abbraccia. Ed ecco il figlio, ovvero la fecondità.
È come se l’angelo gli dicesse: «abbi una relazione intima – da amato con l’amata – con tutto, e ammettilo a casa tua, ma non profanarlo, cioè mantieni sempre con tutto un rapporto disinteressato, che vada oltre l’ego. Non ignorare la tua promessa sposa, non sacrificarla per il tuo conflitto, non scrollarti di dosso il problema – che è quanto siamo soliti fare tutti quando affrontiamo una situazione complessa. Anzi: rendi questa ragazza la tua sposa, cioè convivi con il tuo problema, sacrificati tu, renditi un tutt’uno con il problema: guardalo negli occhi ogni mattina, cammina con lui al pomeriggio, addormentati al suo fianco la notte. Renditi conto che il tuo problema non è qualcosa di esterno a te stesso, ma che sei tu. tu sei l’amore che provi per Maria e le difficoltà che sperimenti nel viverlo» (Pablo d’Ors, Biografia della luce).

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 21 Dicembre 2025 08:46

III Domenica di Avvento - Anno A

III Domenica di Avvento - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Is 35,1-6.8.10

Dal libro del profeta Isaìa
 

Si rallegrino il deserto e la terra arida,
esulti e fiorisca la steppa.
Come fiore di narciso fiorisca;
sì, canti con gioia e con giubilo.
Le è data la gloria del Libano,
lo splendore del Carmelo e di Saron.
Essi vedranno la gloria del Signore,
la magnificenza del nostro Dio.
Irrobustite le mani fiacche,
rendete salde le ginocchia vacillanti.
Dite agli smarriti di cuore:
«Coraggio, non temete!
Ecco il vostro Dio,
giunge la vendetta,
la ricompensa divina.
Egli viene a salvarvi».
Allora si apriranno gli occhi dei ciechi
e si schiuderanno gli orecchi dei sordi.
Allora lo zoppo salterà come un cervo,
griderà di gioia la lingua del muto.
Ci sarà un sentiero e una strada
e la chiameranno via santa.
Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore
e verranno in Sion con giubilo;
felicità perenne splenderà sul loro capo;
gioia e felicità li seguiranno
e fuggiranno tristezza e pianto.


Salmo Responsoriale Sal 145

Vieni, Signore, a salvarci.

Il Signore rimane fedele per sempre
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri.

Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri.

Egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione.

 
Seconda Lettura  Gc 5,7-10
 
Dalla lettera di san Giacomo apostolo
 
Siate costanti, fratelli miei, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge. Siate costanti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina.
Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri, per non essere giudicati; ecco, il giudice è alle porte. Fratelli, prendete a modello di sopportazione e di costanza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore.
 
Canto al Vangelo (Is 61,1)


Alleluia, Alleluia

Lo Spirito del Signore è sopra di me,
mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio.

Alleluia, Alleluia

 

Vangelo Mt 11,2-11

Dal Vangelo secondo Matteo
 

In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».
Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”.
In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

 

OMELIA
 
Giovanni il Battista attendeva da lì a poco l’irruzione dell’ira di Dio. Era convinto che questa dovesse manifestarsi nell’uomo Gesù di Nazareth, come forza capace di rimettere in ordine il mondo, di separare, di colpire, di purificare. Nei tempi di crisi, da sempre, l’umanità invoca una figura forte: un messia, un salvatore, un capo. Qualcuno che tagli, che giudichi, che ristabilisca.
Giovanni prende sul serio questa attesa. Le sue parole sono nette, taglienti come la scure di cui parla. Le troviamo all’inizio del vangelo: «La scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Colui che viene dopo di me è più potente di me… Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile» (Mt 3, 10ss.). È l’immagine religiosa di Dio: forza che separa, setaccia e giudica.
Eppure, Gesù non sembra rispondere a questa attesa. Proprio per questo Giovanni, dalla prigione, gli manda a chiedere: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?». È come se anche lui, per la prima volta, sentisse vacillare l’immagine di Dio che aveva da sempre custodito.
Gesù non risponde con una definizione, né con una dichiarazione di identità. Risponde mostrando un movimento: «I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo». Il divino, se si manifesta, lo fa così: passando attraverso la vita che rifiorisce, attraverso corpi che si rialzano, attraverso dignità che tornano a respirare.
Quando la vita può emergere, quando la dignità delle persone viene restituita, quando la creazione tutta intravvede la possibilità del suo compimento, allora qualcosa di Dio sta accadendo. Il segno non è il fuoco che distrugge, ma la vita che si riaccende.
Dio altro non è che vita emergente.
Per questo Gesù di Nazareth non appare tanto come un Dio che si fa carne, quanto un uomo che incarna ciò che è la divinità: vita portata avanti, respiro che non si arrende, fecondità che genera, umanità che giunge alla sua pienezza. E ciò che egli vive diventa anche la nostra vocazione più profonda.
Il Natale, allora, non è prima di tutto la celebrazione di qualcosa che discende dall’alto, ma la memoria che anche noi possiamo vivere “da dio”, ogni volta che dilatiamo la vita, la nostra e quella degli altri. Ogni volta che facciamo spazio alla luce dentro le pieghe dell’umano.
Forse dovremmo imparare a non attendere più la vita dall’alto, ma a riconoscere che siamo chiamati a partorirla. E se di grazia vogliamo parlare, è una grazia che prende la forma della responsabilità. Come scrive Teresa Forcades, la grazia non è tanto «un fiore da cogliere, quanto un pane da impastare».
Dio è pane da impastare, carne da incarnare, amore da donare, vita da elargire.
E così il Natale non lo celebriamo accogliendo semplicemente un bambino che ci viene consegnato dall’alto, ma scegliendo di incarnare il bene, diventando, giorno dopo giorno, più umani.

 
Paolo Scquizzato
 
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