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Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

Dodicesima domenica del tempo ordinario  - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Ger 20,10-13

Dal libro del profeta Geremia
 

ISentivo la calunnia di molti:
«Terrore all’intorno!
Denunciatelo! Sì, lo denunceremo».
Tutti i miei amici aspettavano la mia caduta:
«Forse si lascerà trarre in inganno,
così noi prevarremo su di lui,
ci prenderemo la nostra vendetta».
Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso,
per questo i miei persecutori vacilleranno
e non potranno prevalere;
arrossiranno perché non avranno successo,
sarà una vergogna eterna e incancellabile.
Signore degli eserciti, che provi il giusto,
che vedi il cuore e la mente,
possa io vedere la tua vendetta su di loro,
poiché a te ho affidato la mia causa!
Cantate inni al Signore,
lodate il Signore,
perché ha liberato la vita del povero
dalle mani dei malfattori.

Salmo Responsoriale Sal 68 (69)

Nella tua grande bontà rispondimi, o Dio.

Per te io sopporto l’insulto
e la vergogna mi copre la faccia;
sono diventato un estraneo ai miei fratelli, 
uno straniero per i figli di mia madre.
Perché mi divora lo zelo per la tua casa,
gli insulti di chi ti insulta ricadono su di me.

Ma io rivolgo a te la mia preghiera,
Signore, nel tempo della benevolenza.
O Dio, nella tua grande bontà, rispondimi,
nella fedeltà della tua salvezza.
Rispondimi, Signore, perché buono è il tuo amore; 
volgiti a me nella tua grande tenerezza

Vedano i poveri e si rallegrino;
voi che cercate Dio, fatevi coraggio, 
perché il Signore ascolta i miseri
non disprezza i suoi che sono prigionieri. 
A lui cantino lode i cieli e la terra,
i mari e quanto brùlica in essi.

Seconda Lettura  Rom 5,12-15
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
 
Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato.
Fino alla Legge infatti c'era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire.
Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti.
 
Canto al Vangelo  (Gv 15,26b-27a)

 

Alleluia, alleluia.
 

Lo Spirito della verità darà testimonianza di me,
dice il Signore,
e anche voi date testimonianza.

Alleluia.

 

Vangelo Mt 10,26-33

Dal Vangelo secondo Matteo
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l'anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».
 

OMELIA

«Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure, nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro».
Questo passaggio del Vangelo di oggi è uno di quelli che meritano di essere liberati da secoli di equivoci. Letto superficialmente, potrebbe far pensare che persino la caduta di un passero sia decisa da Dio, come se ogni morte, ogni tragedia, ogni sofferenza fosse inscritta in un imperscrutabile decreto divino. E da qui il passo è breve: immaginare che Dio voglia la morte di un bambino, una malattia devastante, una guerra, un terremoto. È l’antica idea racchiusa nel proverbio: «Non cade foglia che Dio non voglia».
Eppure, quante ferite ha prodotto questa immagine di Dio! Quante volte, davanti a una bara troppo piccola, abbiamo sentito parole che vorrebbero consolare e invece rischiano di aumentare il dolore: «Dio l’ha voluto con sé», «ha raccolto il fiore più bello», «era il suo disegno». Ma quale padre potrebbe desiderare la morte di un figlio? Quale amore potrebbe nutrirsi della perdita di ciò che ama?
Il testo evangelico dice qualcosa di molto diverso. Letteralmente, Matteo scrive: «Uno di essi non cadrà a terra senza il Padre vostro». Non afferma che il Padre lo faccia cadere, né che lo voglia. Dice piuttosto che nessuna creatura cade nella solitudine dell’abbandono. Anche quando un passero precipita, anche quando una vita si spegne, anche quando il dolore sembra avere l’ultima parola, il Padre è lì. Presente. Coinvolto. Partecipe. Mai responsabile della caduta, ma sempre solidale con chi cade.
È una differenza immensa. Da una parte c’è un Dio che decide gli eventi; dall’altra un Amore che li attraversa con noi. Da una parte il sovrano che dispone; dall’altra la Presenza che accompagna.
Come scrive Carlo Molari: «Nel cosmo e nella storia degli uomini, Dio non fa nulla in più di ciò che operano le creature. La forza creatrice non agisce accanto o al posto delle cose o delle persone, ma le alimenta in modo che esse siano e possano operare». Dio non interviene dall’esterno come un burattinaio che tira i fili della storia. Egli opera dal di dentro, come energia di vita, come respiro che sostiene ogni essere nel suo divenire.
L’amore, infatti, non sostituisce mai l’amato. Non invade il suo spazio. Non annulla la libertà delle creature e nemmeno le leggi profonde dell’universo. L’amore accompagna, sostiene, ispira, consola, ma non manipola. Dio è la presenza silenziosa che abita ogni dolore e ogni gioia, ogni nascita e ogni tramonto. È il respiro che sostiene la vita nel suo incessante trasformarsi, la profondità che custodisce ciò che di più vero siamo. Là dove qualcosa sembra finire, egli continua a raccogliere, conservare e trasfigurare tutto ciò che è stato amore, relazione, tenerezza, bellezza. Nulla viene dimenticato, nulla si perde nel nulla. Forse la fede non consiste nel credere che tutto accada perché Dio lo vuole. Consiste piuttosto nel credere che nulla di ciò che accade possa separarci dalla profondità dell’Amore. Che nessuna lacrima vada perduta. Che nessuna esistenza sia inutile. Che nessuna ferita sia dimenticata.
Molte cose restano incomprensibili. La sofferenza innocente continua a sfidarci. La morte continua a sembrarci uno scandalo. Non possediamo la chiave della storia, né comprendiamo la trama nascosta degli eventi. Ma possiamo intuire che sotto l’apparente frammentazione del reale esiste una fedeltà più grande delle nostre paure.
Per questo risultano così luminose le parole di Oscar Milosz:
«Tutto è dove deve essere e va dove deve andare: al luogo assegnato da una sapienza che (il cielo sia lodato!) non è la nostra».

 
Paolo Scquizzato
 
Undicesima domenica del tempo ordinario  - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Es 19,2-6a

Dal libro dell'Esodo
 

In quei giorni, gli Israeliti, levate le tende da Refidìm, giunsero al deserto del Sinai, dove si accamparono; Israele si accampò davanti al monte.
Mosè salì verso Dio, e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: «Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: "Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all'Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli; mia infatti è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”».
 

Salmo Responsoriale Sal 99 (100)

Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida.

Acclamate il Signore, voi tutti della terra, 
servite il Signore nella gioia, 
presentatevi a lui con esultanza

Riconoscete che solo il Signore è Dio: 
egli ci ha fatti e noi siamo suoi,
suo popolo e gregge del suo pascolo

Buono è il Signore,
il suo amore è per sempre,
la sua fedeltà di generazione in generazione.

Seconda Lettura  Rom 5,6-11

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
 
Fratelli, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi.
Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.
A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall'ira per mezzo di lui. Se infatti, quand'eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, grazie al quale ora abbiamo ricevuto la riconciliazione.
 
Canto al Vangelo  (Mc 1.15)

 

Alleluia, alleluia.
 

Il regno di Dio è vicino:
convertitevi e credete nel Vangelo.

Alleluia.

 

Vangelo Mt 9,36-10,8

Dal Vangelo secondo Matteo
 
In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».
 

OMELIA

Gesù alza lo sguardo e vede davanti a sé una «messe abbondante». Non vede semplicemente una moltitudine di persone. Vede donne e uomini feriti dalla vita, affaticati dal peso dell’esistenza, spesso smarriti, ma ancora segretamente abitati da una nostalgia incancellabile: il desiderio di una vita piena, riconciliata, compiuta.
E comprende che per questa messe non servono anzitutto funzionari del sacro, specialisti della religione o amministratori del divino. Quando parla di «operai», Gesù non pensa certamente a dei preti, ad una categoria clericale. Pensa piuttosto a un’umanità capace di compassione. A donne e uomini che abbiano il coraggio di stare accanto agli ultimi, ai feriti, agli esclusi, a tutti coloro che la storia continua a lasciare ai margini.
Del resto, come abbiamo più volte ricordato con il quarto Vangelo, «Dio nessuno l’ha mai visto» (Gv 1,18). Non perché Dio sia lontano, ma semplicemente perché non è un oggetto da osservare. Del Mistero non si possiede una visione: se ne può fare solo esperienza.
Nessuno ha mai visto i propri occhi. Eppure, grazie ad essi vediamo ogni cosa. Così è di Dio. Non possiamo porlo davanti a noi come qualcosa da contemplare, ma possiamo guardare il mondo attraverso il suo sguardo. Possiamo vivere della sua stessa vita.
Per questo il compito del credente non è tanto vedere Dio, quanto vivere da Dio.
Il Mistero chiede di essere incarnato, abitato più che detto e definito.
Ecco allora il senso delle parole di Gesù: guarite, risuscitate, sanate, donate. E questi non sono comandi religiosi, ma semplici indicazioni esistenziali. Non una dottrina da difendere, ma una vita da generare.
Per questo Gesù raduna attorno a sé una compagnia di dodici uomini… ahimé, tutti maschi. E a questo punto mi piace pensare che quel numero abbia soprattutto un valore simbolico. I dodici richiamano i patriarchi, le dodici tribù d’Israele, l’intera storia di un popolo. È come se Gesù stesse dicendo che una stagione si sta compiendo e che una nuova soglia sta per essere attraversata. Non tanto una cancellazione del passato, ma il suo fiorire in qualcosa di più ampio, universale, inclusivo, maschile e femminile.
E forse proprio qui emerge una domanda che non possiamo evitare: quanto ci siamo persi in duemila anni di una Chiesa prevalentemente maschile e patriarcale.
Quanto Vangelo è rimasto inespresso in tutto questo tempo?
Perché quando una comunità dimentica la reciprocità tra il maschile e il femminile, finisce quasi inevitabilmente per lasciarsi sedurre da altre logiche: il potere, il possesso, il successo. Questi sono i tre grandi veleni che da sempre minacciano ogni autentico cammino spirituale. Ogni volta che essi prevalgono, il volto dell’Amore si oscura.
L’invito di Gesù, invece, resta immutato: andare nel mondo con il suo stesso stile. Al potere, l’avere e il successo chiede di contrapporre il servizio, la condivisione, la testimonianza.
Forse è proprio questo, in fondo, il Vangelo: diventare luoghi in cui la vita possa respirare un po’ meglio. Essere uomini e donne attraverso cui il Mistero continui a toccare il mondo. Non per portare Dio agli altri, ma per rivelare che Dio è già all’opera in ogni ferita che cerca guarigione, in ogni cuore che cerca amore, in ogni essere umano che attende di diventare finalmente sé stesso.

 
Paolo Scquizzato
 

Nel secolo scorso viveva in Italia una singolare figura di credente, un’anima inquieta e rivoluzionaria. Talmente rivoluzionaria da incorrere, nel 1946, nella scomunica “ad vitandum”, la sanzione più grave prevista dal Codice Piano-Benedettino allora in vigore. Quest’anima aveva un «nome di maschera», o – come scrive Roberto Saviano – «un nome da re e un cognome da buffone»: Ferdinando Tartaglia. Presbitero, teologo, poeta, scrittore e traduttore, Tartaglia nasce a Parma il primo ottobre 1916 e manifesta presto un’intelligenza fuori dal comune unita a una forte vocazione religiosa. A quindici anni entra nel Seminario di Parma, poi è a Roma presso il Seminario Lombardo per studiare teologia alla Pontificia Università Gregoriana. Nel 1939 viene ordinato sacerdote e nel 1941 si laurea “cum laude” con una tesi sulla spiritualità di Antonio Rosmini. Durante il periodo romano Tartaglia entra in contatto con Primo Vannutelli e frequenta la casa di Ernesto Buonaiuti, attirandosi le critiche e i sospetti delle autorità cattoliche, che lo accusano di simpatie moderniste e di altre colpe. Nei primi anni Quaranta traduce, per l’editore Ugo Guanda di Modena, testi di Gabriel Marcel, Pascal, Malebranche e Newman, che vengono pubblicati nella collana Figli dell’uomo. Dal 1943 collabora con Aldo Capitini ai Centri di Orientamento Sociale e con lui fonda il Movimento di Religione, dal quale poi uscirà per creare, nei primi anni Cinquanta, il Centro per la Realtà Nuova. Nel 1944 al sacerdote parmigiano viene proibito di celebrare Messa, e due anni dopo arriva la scomunica, che imponeva l’isolamento totale, sia religioso sia sociale, dell’eretico: principale capo d’accusa, aver commemorato la figura di Ernesto Buonaiuti1.

Gli anni successivi alla scomunica

Germaine Mühlethaler, la “Poisson d’Or” di Joë Bousquet che Tartaglia sposa con rito civile nel 1950 (salvo poi separarsene non molto tempo dopo), descrive così lo stato d’animo del giovane prete: «… escluso dalla Chiesa, visse tutte le tragiche conseguenze di tale condanna, ma dopo un breve periodo di violente ribellioni non fece più parola né della scomunica, né delle tenebre in cui viveva, né della sua infinita disperazione»2. Nello stesso tempo, tuttavia, la durissima censura sembra quasi arrecare un senso di sollievo e liberazione al sanzionato:

Tartaglia, come l’unico “scomunicato vitando” della cattolicità, è ormai esente dalla gerarchia visibile, non è più un soggetto né un oggetto per la sua Chiesa, non è più nemmeno cane da briciole sotto la mensa della sua Chiesa, è nome impensabile per la sua Chiesa, l’unico uomo nuovo sotto il cielo vecchio libero dalla pietra della sua Chiesa3.

Il provvedimento, peraltro, produce una serie di effetti collaterali che il Sant’Uffizio certo non si aspettava: lo scomunicato finisce sulle prime pagine dei giornali, viene invitato a tenere conferenze in varie città italiane, diventa perfino «un riferimento per gli spiriti inquieti dell’Italia postbellica e, suo malgrado, una guida» (Martino Doni). Germaine Mühlethaler racconta che la folla «aspettava per ore l’apertura, e in sale stipate, in cui l’ordine era mantenuto da un cordone di polizia, l’erudizione e la folgorante dialettica di Tartaglia spiazzavano i più illustri avversari»4. La vita «dell’eretico, del disobbediente, del diffusore di false dottrine che tentò di sovvertire i fondamenti della religione»5 prende una svolta, anche grazie alla cospicua eredità di un lontano parente che consente a Tartaglia di creare il Centro per la Realtà Nuova, con sede in una villa del XIV secolo sulle colline fiorentine, e di vivere con una certa agiatezza. Ferdinando Tartaglia muore a Firenze il 24 giugno 1988, dopo essere stato riaccolto nella Chiesa Cattolica e aver chiesto di essere sepolto a piedi scalzi in segno di umiltà e «per desiderio di corsa». L’opera che ci ha lasciato è immensa: si parla di oltre cinquantamila pagine manoscritte, in gran parte inedite, tra saggi, aforismi e articoli, oltre a settemila poesie riunite in una raccolta intitolata In forma di Parole.

Fare teologia col martello

Per Tartaglia la creazione non è un fenomeno concluso ma una realtà in evoluzione verso orizzonti nuovi, da lui identificati in un avvenire assoluto che chiama «puro dopo». La sua visione può ricordare per certi aspetti quella di Teilhard de Chardin, ma Tartaglia è assai più radicale e temerario di Teilhard, tanto da giungere a proclamare «l’urgenza di una “tramutazione pura” dell’uomo, del reale, di Dio»: così scrive Giulio Cattaneo, che lo conobbe personalmente a Firenze e a lui dedicò, nel 1968, L’uomo della novità. Per arrivare a questa “tramutazione pura” Tartaglia ritiene necessario distruggere tutto «con esattezza e impeto»6: dogmi, convinzioni consolidate, idoli e tradizioni, la tradizione cattolica innanzitutto, ma non è «tenero neppure con quella protestante»7. Il prete scomunicato, che negli anni di studio alla Gregoriana «non mancò di destare lo stupore e l’incomprensione di tutti»8, fa teologia col martello, come direbbe Nietzsche, «mette a soqquadro il mondo». Mette sottosopra perfino Dio e la teologia, almeno per come erano stati fino ad allora concepiti. In Tesi per la fine del problema di Dio, testo-chiave del suo pensiero, Tartaglia scrive: «Tutto ciò che chiamavano Dio è stato finora, per ciò che riguarda la sua essenza, “demonicità pura”, intendendo demonicità, si capisce, in modo sciolto da ogni residuo mitologico»9. E ancora:

Tutti i teismi dati finora sono stati, per ciò che tocca le loro determinazioni interne, puramente erronei perché nessuno di loro riusciva o a distruggere il puro avverso di sé, l’ateismo, o a risolverlo in un’unità superiore o in una condizione ulteriore tanto a unità quanto a diversità. Infatti, posti questi teismi, era sempre possibile l’esistenza dell’ateismo, era sempre possibile per l’uomo e per l’universo, vivere così come se Dio non fosse, era sempre indifferentemente possibile l’opzione per Dio come l’opzione per non Dio; ciò che si spiega facilmente, data la sostanziale irrealtà dei teismi in questione10.

Secondo Tartaglia, insomma, il teismo (il vecchio teismo, perlomeno) e l’ateismo non risolvono niente, sono semplicemente l’uno il contraltare dell’altro, incapaci tanto di dimostrare i propri argomenti quanto di confutare quelli dell’avversario. Durissimo, poi, il giudizio sulla teologia: «Finora non si è mai fatto veramente teologia, ma solo buffonerie presuntuose e tediose fingenti il discorso teologico»11.

Una radicale revisione del teismo

Con il suo stile di scrittura corrosivo e provocante, la sintassi contorta e il «lessico volutamente straniante e obsoleto, inteso a stupire e magari irritare il lettore con il suo eccentrico sperimentalismo» (Alida Airaghi), lo scomunicato parla di «fondazione pura di Dio», di «inizio puro di Dio», di «Dio nuovo», il che «significa attuare puramente, con revisioni capitali, ciò che andava finora sotto il nome complessivo di “teismo”». Precisa il nostro autore:

Fondazione pura di Dio non significa né l’uomo né l’universo né le presenze nuove che “costruiscono” Dio, né Dio che “costruisce” l’uomo o l’universo o le presenze nuove, né Dio che costruisce o è costruito da se stesso; significa invece l’aprirsi di una condizione ulteriore ad attività e a passività, a costruire e a essere costruiti, e l’accadere, dentro questa condizione, dell’inizio puro di Dio12.

È vinto così l’antico dilemma: «È Dio che costruisce e domina l’uomo? (e sarebbe tirannide perfida e insoffribile), oppure è l’uomo che costruisce e signoreggia Dio? (e sarebbe presunzione impotente e ridicola)»13. Tartaglia mette in discussione perfino i concetti di creatore, causa, finalità ed “eschaton”:

Dio nuovo vuol dire Dio anti-origine, quindi Dio essenzialmente anticreatore, anti-Padre, anti-causa, Dio che assume tutta la realtà irrealtà soprarealtà dentro un orizzonte operativo puramente superiore e opposto a ogni creare e, di conseguenza, a ogni simmetrico non-creare. Dio nuovo non vuol dire nemmeno Dio-finalità perché finalità è nudo corrispondente di causalità e, distrutta causalità nel Dio anti-causa, è disfatta per sempre anche qualsiasi finalità. Dio nuovo nemmeno significa Dio escatologico, perché Dio nuovo, entrando sempre dal puro futuro, rovescia l’escatologicità: l’escatologicità, da termine di arrivo quale è stata costantemente finora, diventa luogo di partenza, e luogo di partenza in direzione duplice, da un lato per la discesa verso l’uomo e l’universo e tutte le altre realtà ancora intra-escatologiche, dall’altro per l’ascesa a orizzonti e a realtà puramente postescatologiche. Con questo rovesciamento dell’escatologicità viene capovolta tutta la realtà umana e mondana: potremmo anche dire che Dio non cammina più dal passato al futuro ma dal futuro al passato, il passato non domina più il futuro ma il futuro domina e libera il passato, che decade a conseguenza interna di lui14.

La figura del Dio creatore, in particolare, viene letteralmente demolita:

Questa figura rappresenta l’aberrazione più grave del vecchio teismo: infatti, se “Dio creatore” significa, come non può non significare, Dio “responsabile” della realtà data finora e se la realtà data finora era, come era, sostanzialmente o per gran parte, male, Dio creatore vuol dire (fuori dalle elusioni pietose come quelle del “peccato d’origine”, della mera negatività e permissività del male, della creazione compiuta solo in vista di una successiva giustificazione redentiva e simili: tutte spostano il problema qualche passo più in là, senza risolverlo) Dio responsabile del male, cioè Dio cattivo, non Dio, antiDio15.

La logica di Tartaglia è ferrea, implacabile. Se Dio ha davvero scelto di creare il mondo con un libero atto della propria volontà, allora egli è in qualche modo responsabile di quella parte di negativo presente nel creato che non può essere attribuita al peccato dell’uomo: la morte e le sofferenze di miliardi e miliardi di creature (non solo umane), le malattie, le catastrofi naturali, l’entropia in costante aumento nell’universo… Tartaglia si guarda bene dal fornire definizioni precise del “puro dopo” e conclude le sue Tesi invitandoci a scegliere tra queste due opzioni: da una parte i teismi, le religioni, le chiese del Dio vecchio, inesistente, assoluto male, e dall’altra il Dio nuovo, Dio esistente, Dio liberissimo bene16.

Un universo nato spontaneamente dal vuoto?

La cosmologia contemporanea, basata sulla meccanica quantistica, consente di tentare una risposta alla domanda elusa da Tartaglia: se dobbiamo liberarci della figura del Dio creatore, come spiegare l’esistenza dell’universo? Stando alle più recenti teorie della fisica, il cosmo avrebbe avuto origine da una fluttuazione del vuoto quantistico primordiale, sarebbe nato da uno stato di “nulla” fisico caratterizzato dalla minima energia possibile (energia di punto zero): l’universo, insomma, si sarebbe generato da sé, senza bisogno di alcun intervento esterno. Scrive Guido Tonelli, che insieme a Fabiola Gianotti è tra gli scopritori del bosone di Higgs, la cosiddetta “particella di Dio”:

All’origine del nostro universo c’è stata una semplice trasformazione, da uno stato di vuoto a un altro stato di vuoto. Non si è trattato di un cambiamento di stato, che avrebbe richiesto energia. È stata una metamorfosi naturale e spontanea. Tutto è avvenuto casualmente e senza sforzo particolare. Il segreto è stato mescolare in modo opportuno questi due ingredienti complementari, lo spazio-tempo e la massa-energia. Così, si può far nascere un universo intero senza spendere un briciolo di energia. Il nostro universo è un enorme, gigantesco “pasto gratis”. […] Il nostro universo è ancora oggi una miscela ben organizzata di spazio-tempo e massa-energia. Nulla ha cambiato la sostanza: nasce da uno stato di vuoto ed è ancora uno stato di vuoto. […] Il sistema universo – che ha energia nulla, carica totale nulla e momento angolare totale nullo – ha gli stessi numeri quantici del vuoto, cioè i due sistemi sono indistinguibili. […] Oggi sappiamo come ha fatto un sistema di vuoto a organizzarsi in galassie, stelle, pianeti e, giù giù, fino a noi17.

Ciò permette oggi di rispondere alla questione metafisica fondamentale, alla domanda di Leibniz: perché c’è qualcosa piuttosto che il nulla? Perché il nulla è più semplice e più facile di qualunque cosa, e «il “qualcosa” e il “nulla”, essenzialmente, coincidono, sono due facce della stessa medaglia, aspetti diversi dello stesso stato di vuoto»18.

Un Dio «puramente salvante e serviente»

Don Tartaglia esulterebbe nel sentire queste parole: allora il suo Dio anti-origine, anti-creatore, anti-Padre, anti-causa eccetera, non sarebbe soltanto il delirio di un eretico ma avrebbe legittimità di essere quantomeno ipotizzato, e forse molto più che semplicemente ipotizzato. Tenendo presente il principio esegetico-metodologico secondo il quale se un certo fenomeno o avvenimento si può spiegare ricorrendo a cause naturali queste hanno la precedenza sulle cause sovrannaturali, potremmo finalmente credere in un Dio «puramente salvante e serviente» che non impone l’esistenza e non ha nulla a che fare con il negativo del mondo, con la morte, con le dinamiche del potere (anche religioso), con la violenza insita nella natura. Un Dio che vuole unicamente la salvezza di tutto ciò che – venuto all’esistenza per una fluttuazione del vuoto quantistico originario o per chissà quale altra ragione – vive, sente e soffre.

Note

1 F. Tartaglia, Messaggio per la commemorazione di Ernesto Buonaiuti, in “Il Contemporaneo”, 9, 1946.

2 G. Mühlethaler Tartaglia, Il volto segreto di Ferdinando Tartaglia, in F. Tartaglia, Tesi per la fine del problema di Dio, Adelphi Edizioni S.p.A., Milano 2002, p. 158.

3 F. Tartaglia, Primo schema di programma per un gruppo di lavoro tra sacerdoti cattolici, in “La Cittadella”, 17-18, 1947.

4 G. Mühlethaler Tartaglia, op. cit., p. 159.

5 “Acta Sanctae Sedis”, Bollettino dell’Arcidiocesi fiorentina, 37, 1946.

6 Cfr. M. Ciampa, Ferdinando Tartaglia: mettere a soqquadro il mondo, Doppiozero (www.doppiozero.com), 8 febbraio 2023.

7 Ibidem.

8 G. Mühlethaler Tartaglia, op. cit., p. 158.

9 F. Tartaglia, Tesi per la fine del problema di Dio, Adelphi Edizioni S.p.A., Milano 2002, p. 45.

10 Ibidem.

11 F. Tartaglia, op. cit., p. 35.

12 Ivi, p. 87.

13 Ibidem.

14 F. Tartaglia, op. cit., pp. 87-88.

15 Ivi, pp. 54-55.

16 Ivi, pp. 91-92.

17 G. Tonelli, L’eleganza del vuoto. Di cosa è fatto l’universo, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2025, pp. 148-149.

18 Ivi, pp. 149-150.

 

Marco Galloni

Domenica, 07 Giugno 2026 10:28

Santissimo Corpo e Sangue di Cristo - Anno A

Santissimo Corpo e Sangue di Cristo - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Dt 8,2-3.14b-16a

Dal libro del Deuteronomio
 

Mosè parlò al popolo dicendo:
«Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi.
Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l'uomo non vive soltanto di pane, ma che l'uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore.
Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz'acqua; che ha fatto sgorgare per te l'acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri».

 

Salmo Responsoriale Sal 147

Loda il Signore, Gerusalemme.

Celebra il Signore, Gerusalemme,
loda il tuo Dio, Sion,
perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte, 
in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli

Egli mette pace nei tuoi confini
e ti sazia con fiore di frumento. 
Manda sulla terra il suo messaggio: 
la sua parola corre veloce

Annuncia a Giacobbe la sua parola,
i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele. 
Così non ha fatto con nessun’altra nazione, 
non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi.

Seconda Lettura  1Cor 10,16-17
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
 
Fratelli, il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?
Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all'unico pane.
 
Canto al Vangelo  (Gv 6.51)

 

Alleluia, alleluia.
 

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo, dice il Signore,
se uno mangia di questo pane vivrà in eterno.

Alleluia.

 

Vangelo Gv 6,51-58

Dal Vangelo secondo Giovanni
 
In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
 

OMELIA

La cena di Gesù non è un rito. È un’esistenza.
Quando Gesù pronuncia quelle parole — «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19) — non sta chiedendo di essere ricordato. Sta chiedendo di essere continuato. Nella mentalità biblica la memoria non è il ricordo nostalgico di ciò che non c’è più. È rendere presente ciò che sembra assente, permettere a un evento di accadere di nuovo nel qui ed ora.
Per questo Gesù non dice: «Pensate a me». Dice: «Fate questo».
Non conservate la mia immagine, non difendete la mia dottrina, non costruite monumenti alla mia memoria: vivete semplicemente come io ho vissuto.
L’eucaristia nasce qui. Non tanto in un pane consacrato, ma nel pane spezzato.
Perché il pane, per diventare nutrimento, deve cessare di appartenere a sé stesso. Deve lasciarsi ‘spezzare’, dividere, distribuire, perdere.
Così è stata la vita di Gesù: vita consumata per gli altri. Una vita che non ha trattenuto nulla, diventata solo dono.
Per questo il suo gesto rimanda al grande simbolo del chicco di grano: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12, 24).
Lo sappiamo, questa è una delle leggi più profonde dell’esistenza: tutto ciò che vuole salvarsi si restringe, mentre tutto ciò che accetta di donarsi si espande.
Il seme che si protegge muore nella propria sicurezza, il seme che accetta di spezzarsi genera campi dorati.
Anche l’essere umano vive sotto questa stessa legge: ogni volta che tratteniamo la vita, la perdiamo e ogni qualvolta la doniamo, la ritroviamo.
Per questo Gesù può affermare: «Chi vorrà salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia la troverà» (Mt 16, 25). Attenzione: nessuna richiesta di sacrificio.
Piuttosto una rivelazione. La vita fiorisce soltanto quando smette di essere possesso.
L’eucaristia è allora il grande sacramento della trasformazione: il passaggio dall’io al dono, dall’accumulo alla condivisione, dalla paura all’amore.
Non è questione di adorare un pane ma diventare pane. Pane per chi ha fame di ascolto, per chi è ferito, per chi è solo. Pane per chi ha smarrito il senso del cammino.
Carlo Molari scrive: «Gesù è stato presentato da Dio nella storia umana con la sua attività e la sua esistenza. Per questo è stato chiamato sacramento di Dio, segno cioè della sua presenza nel mondo» (C. Molari).
Gesù non è stato semplicemente colui che parlava di Dio, e stato trasparenza, diafania di Dio. La sua vita è diventata il luogo in cui il Mistero ha potuto affacciarsi sul mondo.
E forse è proprio questo il significato ultimo dell’eucaristia: non ricevere Gesù nel proprio cuore, ma diventare ciò che si riceve: cristici.
Lasciare che la nostra esistenza diventi, come la sua, una finestra aperta sull’Invisibile.
Perché il mondo non ha bisogno di persone che parlino di Dio. Ha bisogno di donne e uomini che, spezzandosi nell’amore, lo rendano visibile.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 07 Giugno 2026 10:11

Santissima Trinità - Anno A

Santissima Trinità - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Es 34,4b-6.8-9

Dal libro dell'Esodo
 

In quei giorni, Mosè si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano.
Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di amore e di fedeltà».
Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. Disse: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervíce, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa' di noi la tua eredità».

 

Salmo Responsoriale Dn 3,52-56

A te la lode e la gloria nei secoli.

Benedetto sei tu, Signore, Dio dei padri nostri.

Benedetto il tuo nome glorioso e santo.
 
Benedetto sei tu nel tuo tempio santo, glorioso.

Benedetto sei tu sul trono del tuo regno.
 
Benedetto sei tu che penetri con lo sguardo gli abissi e siedi sui cherubini.

Benedetto sei tu nel firmamento del cielo.

 

Seconda Lettura  2Cor 13,11-13
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
 
Fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell'amore e della pace sarà con voi.
Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano.
La grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi.
 
Canto al Vangelo  (cf Ap 1,8)

 

Alleluia, alleluia.
 
Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo
a Dio che è, che era e che viene.

Alleluia.

 

Vangelo Gv 3,16-18

Dal Vangelo secondo Giovanni
 
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio».
 

OMELIA

«Se si chiede che cosa sono questi Tre, dobbiamo riconoscere l’insufficienza estrema dell’umano linguaggio. Certo si risponde: “tre persone”, ma più per non restare senza dir nulla, che per esprimere quella realtà». (Agostino, De Trinitate, V, 9, 10).
Forse Wittgenstein, molti secoli dopo, avrebbe sorriso amaramente davanti a ogni pretesa di definire il Mistero: «Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere» (Tractatus Logico-Philosophicus). Eppure, l’essere umano non tace mai del tutto. Anche quando non sa nominare, continua a intuire, a percepire, a lasciarsi attraversare.
Del Mistero, di Dio, dell’Essere, non possediamo definizioni: ne facciamo esperienza. Come accade davanti ai colori del tramonto, alla musica che spalanca l’interiorità, alla carezza inattesa della bellezza. Vi sono realtà che non possono essere afferrate concettualmente, ma soltanto abitate.
Forse Dio è questo Fondo invisibile dell’esistenza. La sorgente silenziosa da cui tutto emerge. La creatività inesauribile dell’universo. La Bellezza che ferisce e consola. La Vita che incessantemente genera vita. L’intelligenza nascosta del cosmo. L’anima profonda del mondo. La coscienza che lentamente prende forma nell’umano. La tenerezza degli amanti. Il lievito nascosto nella materia. L’Amore che, senza clamore, continua a sostenere ogni cosa.
Per questo motivo, “credere in Dio” — o se vogliamo nella Trinità — non può ridursi a un semplice assenso mentale. Non è aderire a una formula. Non è sottoscrivere una definizione teologica. Del Mistero si può solo fare esperienza s’è detto: nello strappo immenso della natura, nello stupore della bellezza, nel volto umano incontrato senza difese.
Forse la domanda decisiva non è: “Credi in Dio?”, ma: “In che modo vivi?”. Perché, come intuiva la tradizione biblica, l’unico luogo concreto in cui il divino può diventare visibile è l’umano stesso.
Allora “credere” nel Dio-Trinità significherà forse credere profondamente nella possibilità dell’uomo. Nella sua bontà originaria. Nella sua irriducibile dignità. Nella luce che continua a sopravvivere anche nelle sue ferite. Significa credere — direbbe la Bibbia — che l’essere umano sia “a immagine e somiglianza di Dio”.
Conoscere Dio, in fondo, coincide con il diventare pienamente umani. E vivere fino in fondo l’umano, forse, è già sfiorare il divino. Come scrive P. Ganne, conoscere Dio e vivere autenticamente la propria umanità finiscono per coincidere.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 07 Giugno 2026 10:03

Domenica di Pentecoste - Anno A

Domenica di Pentecoste - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura At 2,1-11

Dagli Atti degli Apostoli
 

Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all'improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.
Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotàmia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell'Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell'Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».

Salmo Responsoriale Sal 103 (104)

Alleluia, alleluia, alleluia.

Benedici il Signore, anima mia!
Sei tanto grande, Signore, mio Dio!
Quante sono le tue opere, Signore!
Le hai fatte tutte con saggezza;
la terra è piena delle tue creature.

Togli loro il respiro: muoiono,
e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati,
e rinnovi la faccia della terra.

Sia per sempre la gloria del Signore;
gioisca il Signore delle sue opere.
A lui sia gradito il mio canto,
io gioirò nel Signore.

Seconda Lettura  1Cor 12,3b-7.12-13
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
 
Fratelli, nessuno può dire: «Gesù è Signore!», se non sotto l'azione dello Spirito Santo.
Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune.
Come infatti il ​​corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito.
 
Canto al Vangelo  (Mt 28,19a.20b)

 

Alleluia, alleluia.

Vieni, Santo Spirito,
riempi i cuori dei tuoi fedeli
e accendi in essi il fuoco del tuo amore.

Alleluia.

 

Vangelo Gv 20,19-23

Dal Vangelo secondo Giovanni
 
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
 

OMELIA

Nella seconda lettera ai Corinzi, Paolo scrive: «Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno è Dio che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune» (1Cor 12, 4ss).
È una delle intuizioni più luminose del cristianesimo delle origini: L’Amore non cancella le differenze, le genera.
Sta qui il fondamento di ciò che chiamiamo ‘unità’. Se vi è unità – in una comunità civile o ecclesiale che sia – dev’essere tutt’altra cosa dall’uniformità. Se c’è uguaglianza, identità, omogeneità non si sta affermando l’unità ma forse solo la dittatura del bene.
Il vangelo di oggi ci dice che laddove l’ego teme la diversità, lo Spirito la custodisce. Dove la mente irrigidita vuole ridurre tutto a una sola forma, una sola idea, una sola lingua, il soffio del Vivente continua a disseminare pluralità.
Forse il vero contrario dell’amore non è l’odio, ma l’incapacità di lasciar esistere ciò che non coincide con noi. Ogni volta che pretendiamo di rendere l’altro una replica di ciò che siamo, smettiamo di incontrarlo davvero, avendolo già trasformato in un’estensione del nostro io.
La Bibbia racconta questa ferita fin dalle sue prime pagine. Caino non riesce a riconoscere Abele come altro da sé. Non sopporta una differenza che non sa controllare, una libertà che gli sfugge. E così la relazione si spezza. Il male, prima ancora di diventare violenza, nasce spesso come incapacità di accogliere l’alterità.
Per questo lo Spirito, nella visione paolina, non produce omologazione ma comunione.
La comunione autentica non chiede di pensare allo stesso modo, di sentire allo stesso modo, di credere allo stesso modo. Chiede qualcosa di più difficile e più maturo: restare uniti senza annullarci.
Ogni essere umano porta un frammento di verità che nessun altro possiede nello stesso modo; per questo ogni incontro autentico allarga il mondo e ogni differenza accolta rende più vasta la coscienza.
Quando invece viviamo nella paura, le differenze diventano minacce. Ci irrigidiamo. Costruiamo identità chiuse, tribù emotive, appartenenze difensive. E lentamente smarriamo la capacità di ascoltare.
Ma l’amore maturo compie un altro movimento. Non invade, non assimila, non conquista, piuttosto lascia spazio.
Forse anche per questo il Vangelo è scritto in molte lingue interiori. Perché il divino non si lascia rinchiudere in una sola forma definitiva. Esiste sempre un’eccedenza nell’altro che non comprenderemo fino in fondo. Ed è proprio lì che può nascere il sacro.
Credo che diventare umani significhi imparare lentamente questa difficile arte spirituale: accogliere che l’altro possa essere diverso da me senza per questo essere contro di me. E forse, un giorno, arrivare perfino ad amare quella “lingua straniera” che l’altro rappresenta, scoprendo che proprio ciò che ci sembrava distante può aprire regioni nuove della nostra anima.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 17 Maggio 2026 09:09

Ascensione del Signore - Anno A

Ascensione del Signore - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura At 1,1-11

Dagli Atti degli Apostoli
 

Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo.
Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l'adempimento della promessa del Padre, «quella - disse - che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo».
Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra».
Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand'ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo».

Salmo Responsoriale Sal 46 (47)

Alleluia, alleluia, alleluia.

Popoli tutti, battete le mani!
Acclamate Dio con grida di gioia,
perché terribile è il Signore, l'Altissimo,
grande re su tutta la terra.

Ascende Dio tra le acclamazioni,
il Signore al suono di tromba.
Cantate inni a Dio, cantate inni,
cantate inni al nostro re, cantate inni.

Perché Dio è re di tutta la terra,
cantate inni con arte.
Dio regna sulle genti,
Dio siede sul suo trono santo.
 
Seconda Lettura  Ef 1,17-23
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini
 
Fratelli, il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l'efficacia della sua forza e del suo vigore.
Egli la manifestò in Cristo,
quando lo risuscitò dai morti
e lo fece sedere alla sua destra nei cieli,
al di sopra di ogni Principato e Potenza,
al di sopra di ogni Forza e Dominazione
e di ogni nome che viene nominato
non solo nel tempo presente ma anche in quello futuro.
Tutto infatti egli ha messo sotto i suoi piedi
e lo ha dato alla Chiesa come capo su tutte le cose:
essa è il corpo di lui,
la pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose.
 
Canto al Vangelo  (Mt 28,19a.20b)

 

Alleluia, alleluia.

Andate e fate discepoli tutti i popoli, dice il Signore.
Ecco, io sono con voi tutti i giorni,
fino alla fine del mondo.

Alleluia.

 

Vangelo Mt 28,16-20

Dal Vangelo secondo Matteo
 
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
 

OMELIA

La festa dell’Ascensione di Gesù, se liberata da letture ingenue o puramente mitologiche, custodisce una provocazione spirituale immensa. Forse due.

La prima riguarda il nostro modo di pensare Dio e il rapporto con il sacro.
Ogni civiltà religiosa ha immaginato il cielo come il luogo da cui discendeva l’autorità capace di legittimare il potere sulla terra. Per secoli si è creduto che alcuni uomini fossero più vicini a Dio di altri, autorizzati a parlare in suo nome, interpreti esclusivi della sua volontà. In nome di questo “Dio-lo-vuole”, la storia religiosa dell’umanità – compresa quella cristiana – ha conosciuto violenze, esclusioni, condanne, guerre (ovviamente sante).
L’istituzione religiosa ha spesso preteso di essere il ponte obbligato tra il cielo e la terra, tra l’umano e il divino. Ma il Vangelo introduce una frattura radicale dentro questa logica.
Con Gesù cade l’idea di una distanza da colmare tramite mediatori sacri. Il divino non abita più in luoghi separati, custoditi da pochi. Si lascia incontrare nell’intimo della coscienza, nella profondità viva dell’umano. Ernesto Balducci scriveva parole potentissime: «Fra la coscienza e Dio non c’è che il puro vuoto della responsabilità umana».
L’Ascensione racconta simbolicamente proprio questo: il condannato, il rifiutato dal potere religioso del suo tempo, entra nella “gloria di Dio” senza alcuna legittimazione ufficiale. Gesù, giudicato bestemmiatore dagli uomini religiosi, viene riconosciuto dalla Vita stessa. Ed essendo, come scrive Paolo, il “primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29), ciò che accade a lui riguarda ogni essere umano. Nessuno deve più chiedere permesso per sentirsi abitato dal Mistero. Nessuna autorità può sequestrare l’accesso a Dio.
Per questo il battesimo, nel linguaggio originario cristiano, non era una delega alla dipendenza, ma una consacrazione alla maturità: ogni donna e ogni uomo “sacerdote, re e profeta”, cioè responsabile della propria coscienza, della propria libertà, del proprio cammino.
La seconda provocazione dell’Ascensione è ancora più disarmante. Nel libro degli Atti, mentre i discepoli continuano a fissare il cielo, due uomini chiedono: «Perché state a guardare il cielo?» (At 1,11). È una domanda che attraversa i secoli.
Con Gesù il cielo si svuota come luogo di evasione. Non ci è più concesso usare Dio per fuggire dalla terra. Non possiamo più rifugiarci in spiritualità disincarnate mentre il mondo continua a sanguinare. L’Ascensione non invita ad alzare lo sguardo lontano dalla vita, ma a ritornare dentro la vita con occhi nuovi. Il cristianesimo, nel suo nucleo più profondo, non promette scorciatoie celesti per sopportare passivamente il dolore del mondo. Non benedice la fuga. Non consola dicendo semplicemente: “Un giorno andrà meglio altrove”.
Il messaggio evangelico sembra piuttosto suggerire questo: il “cielo” comincia quando l’umano diventa più umano. Quando una relazione viene guarita. Quando qualcuno restituisce dignità a un volto umiliato. Quando si sceglie di amare dentro la ferita della storia.
Per questo la scomparsa fisica di Gesù venne interpretata dalla prima comunità come un passaggio necessario: «È bene per voi che io me ne vada» (Gv 16,7). Come accade nella vita adulta, arriva un momento in cui la presenza esterna deve ritirarsi affinché possa nascere una presenza interiore. Non più qualcuno da seguire dipendentemente, ma uno Spirito da incarnare creativamente.
L’Ascensione allora non parla tanto di un uomo che vola via verso un altrove cosmico, ma piuttosto dell’umanità che finalmente cresce, della fine delle religioni della dipendenza. Parla di donne e uomini chiamati a smettere di aspettare miracoli dal cielo per diventare essi stessi mani che curano, sguardi che riconoscono, vite che rialzano.
E forse il Cristo continua ad “ascendere” ogni volta che qualcuno riesce a vedere il divino non sopra il mondo, ma dentro la sua carne fragile, nei senza volto, negli scartati, negli invisibili della storia.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 10 Maggio 2026 09:05

Sesta Domenica di Pasqua - Anno A

Sesta Domenica di Pasqua - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura At 8,5-8.14-17

Dagli Atti degli Apostoli
 

In quei giorni, Filippo, sceso in una città della Samarìa, predicava loro il Cristo. E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva. Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. E vi fu grande gioia in quella città.
Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samarìa aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni. Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo.

Salmo Responsoriale Sal 65 (66)

Alleluia, alleluia, alleluia.

Acclamate Dio, voi tutti della terra,
cantate la gloria del suo nome,
dategli gloria con la lode.
Dite a Dio: «Terribili sono le tue opere!.
 
A te si prostri tutta la terra,
a te canti inni, canti al tuo nome».
Venite e vedete le opere di Dio,
terribile nel suo agire sugli uomini.
 
Egli cambiò il mare in terraferma;
passarono a piedi il fiume:
per questo in lui esultiamo di gioia.
Con la sua forza domina in eterno

Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio, 
e narrerò quanto per me ha fatto.
Sia benedetto Dio,
che non ha respinto la mia preghiera,
non mi ha negato la sua misericordia.

Seconda Lettura  1Pt 3,15-18
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo
 
Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi.
Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo.
Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male, perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito.
 
Canto al Vangelo  (Gv 14,23)

 

Alleluia, alleluia.

Se uno mi ama, osserverà la mia parola, dice il Signore,
e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui.
Alleluia.

 

Vangelo Gv 14,15-21

Dal Vangelo secondo Giovanni
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui».
 

OMELIA

Quando Gesù morì, i suoi – dopo una lunga elaborazione del lutto- non ebbero l’impressione che tutto fosse terminato. Accadde quasi il contrario. Proprio mentre il corpo veniva sottratto allo sguardo, la sua presenza iniziò ad abitare le profondità dell’esistenza. Lo sentirono vivo in modo nuovo, più intimo, più vasto. Più reale.
Certo, non lo incontravano più lungo le strade della Galilea, eppure accadeva qualcosa di inatteso: mentre provavano a vivere con il suo stesso respiro interiore, con la sua libertà, con la sua compassione, con il suo modo di stare al mondo, avvertivano che lui era ancora lì. Non accanto a loro, fisicamente ma dentro la vita stessa.
Fu questa l’esperienza originaria della resurrezione: non il ritorno di un cadavere alla cronaca del mondo, ma la scoperta sconvolgente che l’Amore non si lascia rinchiudere dalla morte. Che una vita vissuta in pienezza continua a generare vita. Che ciò che è autenticamente umano diventa indistruttibile.
Per questo i discepoli parlarono del Risorto! Perché Gesù continuava ad accadere in loro.
Io credo che questo riguardi ciascuno di noi. Qui, ora. Accade tra genitori e figli. Tra maestri e discepoli. Tra chi ama davvero e chi si lascia amare. Gli anni trascorsi insieme non creano dipendenza, risvegliano piuttosto possibilità interiori. Un padre e una madre autentici non desiderano trattenere i figli accanto a sé per sempre; desiderano piuttosto che un giorno possano camminare con le proprie gambe, respirare con il proprio respiro, scegliere la propria direzione. Eppure, anche quando non ci saranno più, continueranno misteriosamente a vivere nei gesti, nelle parole, nello sguardo dei figli.
La loro voce diventa coscienza, la loro cura diventa forza, il loro amore diventa presenza invisibile. Una via in cui l’umano scopre di custodire dentro di sé una Sorgente. Per questo il Vangelo parla continuamente dello Spirito. Non come di qualcosa di estraneo all’uomo, ma come della profondità stessa dell’umano quando finalmente si risveglia a sé.
Gesù accompagna i suoi per un tratto di strada, poi si ritrae. Come ogni vero maestro. Perché arriva un momento in cui la presenza più autentica smette di sostenerti dall’esterno e comincia a fiorire dentro di te. Allora non vivi più per obbedienza, paura o bisogno di approvazione. Vivi per adesione profonda alla tua verità.
Per questo Gesù dice ai suoi ‘È meglio per voi che io me ne vada’ (Gv 16, 7). Sarà attraverso la mia assenza che farete esperienza di me. Occorrerebbe smettere di cercare continuamente fuori ciò che dovremmo imparare a riconoscere dentro. La nostra Sorgente, il nostro Essere più autentico. E questo perché il divino, invece di essere un’autorità sopra di noi, è una presenza che domanda di incarnarsi attraverso di noi.
«Il Regno di Dio è dentro di voi» (Lc 17,21).
E forse la resurrezione inizia proprio qui: quando smettiamo di pensare Dio come un intervento esterno destinato a salvarci magicamente dalla vita, e iniziamo a scoprire una Presenza che ci attraversa, ci abita, ci rende più vivi, più coscienti, più umani.
Allora comprendiamo che il compito spirituale non consiste nel rimanere bambini protetti dal cielo, ma nel diventare esseri umani finalmente svegli.
Goethe intuiva qualcosa di tutto questo quando scriveva: «Verrà forse un tempo in cui la luce interiore uscirà da noi, in modo che non avremo più bisogno di altra luce».
E il teologo, e amico, Paolo Gamberini afferma: «Gesù vuole che diventiamo adulti, che riconosciamo la nostra condizione di uomini e di donne capaci di far fronte alla vita (…) e a questa maturità di fede si giunge attraverso l’abbandono dell’immagine del Dio che interviene in tutto». Forse la fede matura nasce esattamente qui: quando la presenza di Cristo non viene più cercata soltanto nei cieli, nei dogmi o nei templi, ma nel coraggio di vivere pienamente, nell’amore che sappiamo generare, nella libertà interiore che lentamente prende forma in noi.
E allora il Risorto smette di essere un’idea religiosa, diventando vita – piena – che continua.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 10 Maggio 2026 09:00

Quinta Domenica di Pasqua - Anno A

Quinta Domenica di Pasqua - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura At 6,1-7

Dagli Atti degli Apostoli
 

In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell'assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove.
Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola».
Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia. Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani.
E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede.

Salmo Responsoriale Sal 32 (33)

Alleluia, alleluia, alleluia.

Esultate, o giusti, nel Signore;
per gli uomini retti è bella la lode.
Lodate il Signore con la cetra,
con l'arpa a dieci corde a lui cantate.

Perché retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;
dell'amore del Signore è piena la terra.

Ecco, l'occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.
 
Seconda Lettura  1Pt 2,4-9
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo
 
Carissimi, avvicinandovi al Signore, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo. Si legge infatti nella Scrittura: «Ecco, io pongo in Sion una pietra d'angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non resterà deluso».
Onore dunque a voi che credete; ma per quelli che non credono la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d'angolo e sasso d'inciampo, pietra di scandalo.
Essi v'inciampano perché non obbediscono alla Parola. A questo erano destinati. Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa.
 
Canto al Vangelo  (Gv 14,6)

 

Alleluia, alleluia.

Io sono la via, la verità e la vita, dice il Signore;
nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.

Alleluia.

 

Vangelo Gv 14,1-12

Dal Vangelo secondo Giovanni
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

OMELIA

Deve esistere una via. Una soglia attraversabile. Un sentiero capace di ricondurci alla nostra verità più profonda. Lo intuiamo da sempre, come si intuisce l’acqua attraverso la sete. Se dentro di noi arde questo desiderio, è perché da qualche parte vi è una sorgente che lo attende.
Portiamo nel cuore una domanda che nessun successo riesce a placare: che la vita non possa consumarsi in una manciata d’anni, che l’amore non sia consegnato al nulla, che i volti amati non vengano cancellati dal tempo, che la malattia e la morte non pronuncino l’ultima parola sull’esistenza. In noi abita questa invincibile nostalgia d’eterno. In noi dimora la speranza di vivere per sempre.
Per questo Gesù può dire: «Non sia turbato il vostro cuore». Come a dire: non tradite ciò che nel profondo sapete già. Non rinnegate l’intuizione più vera che vi attraversa. Custodite quella voce segreta che vi abita, perché «il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce» (Pascal).
E Gesù aggiunge che un cammino esiste davvero. Una strada concreta per giungere alla verità di sé e, in fondo, alla felicità. Non una teoria, non un sistema, non un’ideologia: una forma di vita. È la via che egli stesso ha percorso e reso visibile: la via del bene, della cura, della compassione. Ogni volta che si ama, si spalancano spazi d’infinito. Ogni gesto d’amore ricrea il mondo, lo trasfigura, lo riconsegna alla sua origine luminosa.
Chi ama, lentamente, giunge a “indiarsi” (Dante, Paradiso, IV, 28): a lasciarsi permeare dal divino, a riconoscere che la propria sostanza più intima non è separata dalla Sorgente. ‘Indiarsi’, divinizzarsi significa divenire finalmente ciò che si è sempre stati, togliendo i veli che nascondono il nucleo sacro dell’essere.
Ancora una volta è Gesù a mostrare la strada perché questo accada: la piena umanità. Egli è stato così profondamente umano da rendersi trasparente al divino, diafano; fino a poter dire: «Chi vede me vede il Padre». Quando l’umano giunge alla sua maturità, il cielo appare nella carne, l’eterno respira nel tempo, l’invisibile prende volto.
E allora anche noi, nel lento lavoro dell’umanizzarci, scopriremo che il diamante custodito in noi attende soltanto di lasciarsi attraversare dalla Luce. Finché ciò che siamo divenga luminoso. Finché, attraversati dalla Luce, impariamo a essere Luce.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 26 Aprile 2026 09:06

Quarta Domenica di Pasqua - Anno A

Quarta Domenica di Pasqua - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura At 2,14a.36-41

Dagli Atti degli Apostoli
 

[Nel giorno di Pentecoste,] Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: «Sappia con certezza tutta la casa d'Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso».
All'udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?».
E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro».
Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa!». Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone.

Salmo Responsoriale Sal 22 (23)

Alleluia, alleluia, alleluia.

Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l'anima mia.

Mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro 
mi danno sicurezza

Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni.

 
Seconda Lettura  1Pt 2,20b-25
 
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo
 
Carissimi, se, facendo il bene, sopporterete
con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché
anche Cristo patì per voi,
lasciandovi un esempio,
perché ne seguiate le orme:
egli non commise peccato
e non si trovò inganno sulla sua bocca;
insultato, non rispondeva con insulti,
maltrattato, non minacciava vendetta,
ma si affidava a colui che giudica con giustizia.
Egli portò i nostri peccati nel suo corpo
sul legno della croce, perché,
non vivendo più per il peccato,
vivessimo per la giustizia;
dalle sue piaghe siete stati guariti.
Eravate erranti come pecore,
ma ora siete stati ricondotti al pastore
e custode delle vostre anime.
 
Canto al Vangelo  (Gv 10,14)

 

Alleluia, alleluia.

Io sono il buon pastore, dice il Signore,
conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me.

Alleluia.

 

Vangelo Gv 10,1-10

Dal Vangelo secondo Giovanni
 
In quel tempo, Gesù disse:
«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza».

OMELIA

Gesù e il potere religioso si sono spesso trovati su rive opposte. Nell’uomo di Nazareth appare una resistenza radicale verso tutto ciò che trattiene l’essere umano sulla soglia della vita piena. Egli sembra intuire con lucidità che una delle forme più sottili del male consiste nel persuadere qualcuno di non essere degno, pronto, abbastanza puro per entrare nella gioia. Così nascono i custodi della soglia: figure che, servendosi della paura, convincono gli altri di essere fuori posto, in ritardo, inadatti all’amore.
La religione, quando smarrisce la sua sorgente, diventa facilmente questo: un sistema di accessi controllati. Promette la festa dell’esistenza, purché si rispettino condizioni, codici, formule, appartenenze. Trasforma il dono in premio, la grazia in salario, la felicità in ricompensa. Eppure la vita più vera non si lascia meritare. L’amore non si concede come stipendio morale. Nessun padre ama in proporzione alla performance dei figli. Per questo Gesù pronuncia parole durissime: «Guai a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l’avete impedito» (Lc 11,52).
Il dramma non è soltanto restare fuori. Il dramma è impedire ad altri di entrare. È aver fatto della fede una barriera, della coscienza una dipendenza, della sete spirituale un territorio sorvegliato. Quando accade, il sacro viene sequestrato e il cuore umano si abitua a mendicare ciò che gli appartiene da sempre.
Ai professionisti del timore Gesù oppone la libertà del vivente: «Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini» (Mc 7,7). Vi è una devozione che resta esteriore, impeccabile e sterile. La conosciamo bene; è quella che muove le labbra, ma non apre l’anima. Quella che è capace di osservare le regole, ma non genera vita; in grado anche di custodire l’ordine, ma dimentica la fioritura.
Per questo non abbiamo bisogno di guardiani – preti e prelati – davanti alla porta della felicità, né di mediatori che ci separino da ciò che siamo chiamati a diventare. Nel luogo più intimo di noi stessi esiste un orientamento profondo, una sapienza originaria, una coscienza capace di riconoscere il sentiero quando vi cammina con sincerità. Là dove tutto tace, qualcosa in noi sa.
Gesù si presenta infatti come il pastore buono che «chiama le sue pecore ciascuna per nome e le conduce fuori». È un’immagine decisiva e bellissima: non conduce dentro un recinto più perfetto, conduce fuori. Fuori dagli spazi angusti, fuori dalle paure ereditate, fuori dai sistemi che soffocano, fuori dalle immagini di Dio costruite per controllare. L’amore chiama per nome, mai per categoria. Non vede masse anonime ma volti. E in ultima istanza, non cerca sudditi, ma genera esseri liberi.
Ogni guida spirituale, ogni educatore, ogni persona a cui venga affidata la fragilità altrui, porta una responsabilità immensa: accompagnare senza possedere, orientare senza dominare, indicare senza sostituirsi. Servire la libertà dell’altro, non nutrirsi della sua dipendenza. Quando lo sguardo si allontana da questa misura evangelica, si toglie aria all’anima e si consegna la fiducia alla paura.
La verità, invece, resta semplice e disarmante: oltre il timore si apre spesso la stanza che cercavamo da sempre. Perché in fondo è proprio così, tutto ciò che desideriamo davvero sta dall’altra parte della paura.

 
Paolo Scquizzato
 
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