Famiglia Giovani Anziani

Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

Domenica delle Palme - Passione del Signore

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Is 50,4-7

Dal libro del profeta Isaia
 

Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo,
perché io sappia indirizzare
una parola allo sfiduciato.
Ogni mattina fa attento il mio orecchio
perché io ascolti come i discepoli.
Il Signore Dio mi ha aperto l'orecchio
e io non ho opposto resistenza,
non mi sono tirato indietro.
Ho presentato il mio dorso ai flagellatori,
le mie guance a coloro che mi strappavano la barba;
non ho sottratto la faccia
agli insulti e agli sputi.
Il Signore Dio mi assiste,
per questo non resto svergognato,
per questo rendo la mia faccia dura come pietra,
sapendo di non restare confuso.


Salmo Responsoriale Sal 21 (22)

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Si fanno beffe di me quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
«Si rivolga al Signore; lui lo liberi,
lo porti in salvo, se davvero lo ama!».

Un branco di cani mi circonda,
mi accerchia una banda di malfattori;
hanno scavato le mie mani e i miei piedi.
Posso contare tutte le mie ossa.

Si dividono le mie vesti,
sulla mia tunica gettano la sorte.
Ma tu, Signore, non stare lontano,
mia forza, vieni presto in mio aiuto.

Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli,
ti loderò in mezzo all'assemblea.
Lodate il Signore, voi suoi fedeli,
gli dia gloria tutta la discendenza di Giacobbe,
lo tema tutta la discendenza d'Israele.

 
Seconda Lettura  Fil 2,6-11
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi
 
Cristo Gesù,
pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre.
 
Canto al Vangelo (Fil 2,8-9)

 

Lode e onore a te, Signore Gesù!

Per noi Cristo si è fatto obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome. 

Lode e onore a te, Signore Gesù!

 

Vangelo Mt 26,14-27,66

Dal Vangelo secondo Mattero
 

Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?
In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d'argento. Da quel momento cercava l'occasione propizia per consegnare Gesù.

- Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?
Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: "Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli"». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.

Uno di voi mi tradirà
Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito! Meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l'hai detto».

Questo è il mio corpo; questo è il mio sangue
Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo». Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati. Io vi dico che d'ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio». Dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge
Allora Gesù disse loro: «Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti: "Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge". Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea».

Pietro gli disse: «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai». Gli disse Gesù: «In verità io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». Pietro gli rispose: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti i discepoli.

Cominciò a provare tristezza e angoscia
Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamò Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». E, presi con sé Pietro ei due figli di Zebedeo, cominciarono a provare tristezza e angoscia. E disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!».

Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: «Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò una seconda volta e pregò dicendo: «Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà». Poi venne e li trovò di nuovo addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti. Li lasciò, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Ecco, l'ora è vicina e il Figlio dell'uomo viene consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».

Misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono

Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandato dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!». Subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì!». E lo baciò. E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!». Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù impugnò la spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio. Allora Gesù gli disse: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno. O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli? Ma allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?». In quello stesso momento Gesù disse alla folla: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti». Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono.

Vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della Potenza

Quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale si erano riuniti gli scribi e gli anziani. Pietro intanto lo aveva seguito, da lontano, fino al palazzo del sommo sacerdote; entrò e stava seduto fra i servi, per vedere come sarebbe andata a finire.

I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù, per metterlo a morte; ma non la trovarono, sebbene si fossero presentati molti falsi testimoni. Finalmente se ne presentarono due, che affermarono: «Costui ha dichiarato: "Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni"». Il sommo sacerdote si alzò e gli disse: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio». «Tu l'hai detto - gli rispose Gesù -; anzi io vi dico: d'ora innanzi vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo».

Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: «Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». E quelli risposero: «È reo di morte!». Allora gli sputarono in faccia e lo percossero; altri lo schiaffeggiarono, dicendo: «Fa' il profeta per noi, Cristo! Chi è che ti ha colpito?».

Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte
Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una giovane serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!». Ma egli negò davanti a tutti dicendo: «Non capisco che cosa dici». Mentre usciva verso l'atrio, lo vide un'altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno». Ma egli negò di nuovo, giurando: «Non conosco quell'uomo!». Dopo un poco, i presenti si avvicinarono e dissero a Pietro: «È vero, anche tu sei uno di loro: infatti il ​​tuo accento ti tradisce!». Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell'uomo!». E subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola di Gesù, che aveva detto: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente.

Consegnarono Gesù al governatore Pilato

Venuto il mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Poi lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato.
Allora Giuda - colui che lo tradì -, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d'argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «A noi che importa? Pensaci tu!». Egli allora, gettò le monete d'argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. I capi dei sacerdoti, raccolte le monete, dissero: «Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue». Tenuto consiglio, comprarono con esse il "Campo del vasaio" per la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu chiamato "Campo di sangue" fino al giorno d'oggi. Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: «E presero trenta monete d'argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d'Israele, e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore».

Sei tu il re dei Giudei?
Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla.

Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: «Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?». Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia.

Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua». Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba ea far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». Quelli risposero: «Barabba!». Chiese loro Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamerà Cristo?». Tutti risposero: «Sia crocifisso!». Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!».

Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell'acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

Salve, re dei Giudei!
Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: «Salve, re dei Giudei!». Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo.

Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni
Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce. Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Poi, seduti, gli facevano la guardia. Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei». 
Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra.

Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!
Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d'Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: "Sono Figlio di Dio!"». Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo.

Elì, Elì, lemà sabactàni? 
A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.

Qui ci si genuflette e si fa una breve pausa

Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».

Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra queste c'erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo.

Giuseppe prese il corpo di Gesù e lo depose nel suo sepolcro nuovo
Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatèa, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato discepolo di Gesù. Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all'entrata del sepolcro, se ne andò. Lì, sedute di fronte alla tomba, c'erano Maria di Màgdala e l'altra Maria.

Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete
Il giorno seguente, quello dopo la Parascève, si riunirono presso Pilato i capi dei sacerdoti e i farisei, dicendo: «Signore, ci siamo ricordati che quell'impostore, mentre era vivo, disse: "Dopo tre giorni risorgerò". Ordina dunque che la tomba venga vigilata fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: "È risorto dai morti". Così quest'ultima impostura sarebbe peggiore della prima!». Pilato disse loro: «Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete». Essi andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le guardie.

 

OMELIA

Nel racconto della Passione, accade qualcosa di profondamente umano e disarmante: ciascuno si scopre capace di ciò che non avrebbe mai voluto compiere.
Pietro giura fedeltà al suo amico Gesù e, poco dopo, si smarrisce davanti allo sguardo di una serva. Giuda Iscariota consegna il suo Maestro e poi precipita nel peso insopportabile del rimorso. Ponzio Pilato intuisce l’innocenza di Gesù, ma tradisce la propria coscienza per calcolo e paura.
Ed è qui che emerge la domanda: quanto siamo davvero liberi? E quanto, invece, siamo attraversati da forze che ci superano, che ci spingono oltre le nostre stesse intenzioni?
«Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mt 26,41) ebbe a dire Gesù.
Eppure, dentro questa trama di fragilità, si apre un varco inatteso. Sono le donne.
Nel racconto della passione, esse appaiono come le uniche in cui pensiero e azione coincidono. Non si scindono. Non si tradiscono. Rimangono. Custodiscono. Intuiscono.
Si fidano di ciò che vedono dentro, persino dei sogni. Come la moglie di Pilato, che osa dire: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi in sogno sono stata molto turbata per causa sua» (Mt 27,19).
Forse il femminile è proprio questo: l’ultimo luogo dove la vita non è ancora stata soffocata dal calcolo. L’ultimo spazio dove si crede ancora alla giustizia, alla compassione, all’amore.
E allora, più che imparare, dovremmo ricordare. Ricordare dentro di noi questo sentire materno, originario: la certezza che la vita va custodita, sempre, fino in fondo. Che nel duello tra morte e amore, non è la morte ad avere l’ultima parola.
Al massimo, potrà esserci un terremoto — come racconta il Vangelo — uno scuotimento profondo (Mt 27,51). Ma sarà proprio quello a spalancare i sepolcri. E la vita uscirà, come esce da un guscio, come germoglia da un seme sepolto.
Le donne lo sanno.
Sanno che non tutto nasce dall’azione. Che esiste una fecondità del lasciare spazio, del non forzare, del custodire. Sanno che la vita accade anche per via invisibile, per sottrazione, per silenzio. Come Maria, che ha dato alla luce la Luce senza possederla, senza trattenerla, semplicemente accogliendola.
E Maria Maddalena resta. Resta davanti al sepolcro quando tutto sembra finito. Resta perché conosce l’amore. E chi conosce l’amore sa attendere. Sa che ciò che è stato seminato non può andare perduto. Prima o poi dovrà germogliare.
Per questo insiste, veglia, spera contro ogni evidenza. Perché il femminile sa ciò che spesso dimentichiamo: che la vita non si lascia imprigionare.
Come scrive Eugen Drewermann: «Si può sigillare un sepolcro, si può persino metterci davanti una guardia, ma non si può impedire che la vita abbia inizio in coloro che l’hanno compresa».
E forse la vera fede comincia proprio qui: quando smettiamo di trattenere, e impariamo a fidarci della vita che, in silenzio, continua a nascere.
 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 29 Marzo 2026 08:50

V Domenica di Quaresima - Anno A

V Domenica di Quaresima - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Ez 37,12-14

Dal libro del profeta Ezechièle
 

Così dice il Signore Dio: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d'Israele.
Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio.
Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L'ho detto e lo farò». Oracolo del Signore Dio.


Salmo Responsoriale Sal 129 (130)

Il Signore è bontà e misericordia.

Dal profondo a te grido, o Signore;
Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia supplica.

Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi ti può resistere?
Ma con te è il perdono:
così avremo il tuo timore.

Io spero, Signore.
Spera l'anima mia,
attendo la sua parola.
L'anima mia è rivolta al Signore
più che le sentinelle all'aurora.

Più che le sentinelle l'aurora,
Israele attenda il Signore,
perché con il Signore è la misericordia
e grande è con lui la redenzione.
Egli redimerà Israele
da tutte le sue colpe.

 
Seconda Lettura  Rom 8,8-11
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
 
Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio.
Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.
Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.
 
Canto al Vangelo (Cf. Gv 11,25a.26)

 

Lode e onore a te, Signore Gesù!

Io sono la risurrezione e la vita, dice il Signore,
chi crede in me non morirà in eterno.

Lode e onore a te, Signore Gesù!

 

Vangelo Gv 11,1-45

Dal Vangelo secondo Giovanni
 
In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».
All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui».
Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s'è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.
Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.
 
OMELIA
 
«Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». […].
Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.»
«Un divino cui non corrisponda una fioritura dell’umano non merita che ad esso ci dedichiamo» (Dietrich Bonhoeffer).
Gesù lo ha intuito fino in fondo: Dio non è una fuga dall’umano, ma la sua piena nascita. L’unica ragione per cui vale la pena rivolgersi a Dio è diventare finalmente se stessi, venire alla luce, accadere.
Per questo la sua parola è sempre un appello radicale: «Vieni fuori».
‘Vieni fuori’ dal tuo sepolcro esistenziale, da tutto ciò che ti ha ristretto, definito, soffocato. Sei fatto per la luce, per la bellezza, per una vita che respira ampia.
‘Vieni fuori’ dalla prigionia della condanna, quella che ti sei costruito e quella che altri hanno cucito su di te. Lascia cadere le bende dei sensi di colpa, sciogli i nodi che ti tengono legato. Torna a respirare. Torna a vivere.
‘Vieni fuori’ da quella menzogna sottile e crudele che ti ha fatto credere di essere amabile solo se meriti, accettabile solo se performi, degno solo se ti giustifichi. Tu sei amabile prima di ogni prova.
Gesù lo sapeva: ciò di cui l’essere umano ha bisogno è semplice e immenso insieme, sentirsi amato, come il fiore ha bisogno del sole. E solo questo amore rende sopportabile l’angoscia del vivere: una voce che attraversi la notte e dica: «Sii te stesso. Ci sono. Non temere».
È questa voce che scioglie la paura. È questa risposta che salva.
Gesù è stato “rivelazione” di Dio perché ha restituito le persone a sé stesse, le ha fatte uscire dai loro sepolcri interiori, le ha riconsegnate alla loro luce, senza condizioni, senza calcoli, oltre ogni giudizio morale e sociale.
Ci ricorda che ogni essere umano può diventare una ‘magnifica presenza’: un luogo in cui il divino accade. Quando ci avviciniamo a vite spente e le facciamo vibrare di nuovo, quando restituiamo respiro a ciò che sembrava perduto, lì qualcosa di Dio si manifesta.
Abbiamo tutti bisogno di qualcuno che si avvicini e ci dica: «Vieni fuori». Solo così la risurrezione smette di essere un’idea e diventa esperienza: carne che si rialza, vita che riprende, amore che vince anche la morte.
«Ogni “amicizia” ci migliora e ci arricchisce, non tanto per ciò che ci dà, quanto per quello che possiamo scoprire di noi stessi. Ognuno di noi ha risorse inutilizzate, angoli dell’anima, cantucci e sacche di consapevolezza che se ne stanno addormentate. E possiamo anche morire senza averle scoperte, per l’assenza di uno spirito affine che ce le riveli. Noi tutti abbiamo sentimenti insoddisfatti e idee che possono essere attuate solo se viene qualcuno a risvegliarle. Ogni essere umano ha dentro di sé un Lazzaro che ha bisogno di un Cristo per risorgere. Sventurati quei poveri Lazzari che giungono al termine della propria vita senza incontrare un Cristo che dica loro: “Alzati!”». (Miguel de Unamuno)
E forse è proprio qui che tutto converge: essere, per qualcuno, quella voce. Essere, per qualcuno, quel Cristo che chiama alla vita.
 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 08 Marzo 2026 09:31

III Domenica di Quaresima - Anno A

III Domenica di Quaresima - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Es 17,3-7

Dal libro dell'Esodoi
 

In quei giorni, il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatto salire dall'Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?».
Allora Mosè gridò al Signore, dicendo: «Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!».
Il Signore disse a Mosè: «Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d'Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va'! Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull'Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà».
Mosè fece così, sotto gli occhi degli anziani d'Israele. E chiamò quel luogo Massa e Merìba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?».


Salmo Responsoriale Sal 94 (95)

Ascoltate oggi la voce del Signore: non indurite il vostro cuore.

Venite, cantiamo al Signore,
acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia

Entrate: prostràti, adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio
e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce

Se ascoltaste oggi la sua voce!
«Non indurite il cuore come a Merìba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri:
mi misero alla prova
pur avendo visto le mie opere».

 
Seconda Lettura  Rom 5,1-2.5-8
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
 
Fratelli, giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio.
La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.
Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.
 
Canto al Vangelo (Cf. Gv 4,42.15)

 

Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!

Signore, tu sei veramente il salvatore del mondo;
dammi dell’acqua viva, perché io non abbia più sete.

Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!

 

Vangelo Gv 4,5-42

Dal Vangelo secondo Giovanni
 

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c'era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.
Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest'acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell'acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore - gli dice la donna -, dammi quest'acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va' a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: "Io non ho marito". Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero».
Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l'ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l'ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui.
Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l'un l'altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l'altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».
Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

OMELIA
 
Siamo tutti un poco rabdomanti dell’invisibile, pellegrini della sete. Camminiamo sulla terra con una bacchetta fragile tra le mani, cercando una sorgente che possa finalmente dissetarci. Perché sì, siamo assetati. Assetati d’Infinito.
E così, continuamente, siamo tentati di credere che quell’acqua si trovi qui o là: in una relazione, in una professione, in un oggetto, in una religione; nell’io o perfino in un dio fatto a nostra immagine e somiglianza. Ma accade spesso che, dopo aver bevuto, ci si risvegli dal sogno. E allora resta solo l’arsura in gola e l’amaro in bocca, perché ci accorgiamo di aver confuso il miraggio con la sorgente. Camminiamo verso molte pozze d’acqua per poi scoprire che non erano che riflessi tremolanti nel deserto.
È in questo contesto che risuonano le parole sorprendenti di Gesù alla donna samaritana: «Credimi, donna: viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre» (Gv 4,21).
L’acqua che disseta davvero non sta né a Gerusalemme né sul monte Garizim.
Fuori di metafora: ciò che chiamiamo Dio non abita in un luogo determinato, non è confinabile in uno spazio, né catturabile da un concetto. Come recita la tradizione orientale, Dio è ‘neti-neti’, non questo né quello. Non è un oggetto tra gli oggetti, né un sostantivo da pronunciare, tanto meno un nome proprio di persona. Forse, più che un sostantivo, potremmo parlarne come di un verbo. Un’azione. Un movimento. Ciò che anima, ciò che fa vivere.
Per questo Gesù parla di «spirito e verità» (Gv 4,24). Il Mistero si lascia intuire come vita che germina, come fecondità che attraversa il cosmo, come forza silenziosa che sospinge il mondo in avanti, come energia che fa evolvere l’universo.
Ed è in questa corrente invisibile che si fa esperienza del divino.
La nostra sete non si placherà inseguendo miraggi esterni, ma scendendo verso la propria sorgente interiore, là dove la vita continua a sgorgare.
E anche aiutando il mondo a venire alla luce, in questa sua drammatica gestazione di senso.
Perché è vivendo pienamente che ci si disseta.
L’Assoluto — parola che etimologicamente significa ciò che è sciolto da ogni legame — rimarrà sempre oltre ogni forma religiosa storica e oltre ogni tentativo umano di possederlo. Come quando Paolo nell’Areopago dice: «In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,28).
Noi esseri umani ci muoviamo dentro una sorta di campo divino, un oceano di realtà vivente di cui siamo solo una tra le infinite manifestazioni possibili.
Le religioni passano. Passano i loro linguaggi, i loro riti, i loro sistemi dottrinali.
Ma ciò che rimane è lo Spirito, quell’acqua viva di cui parla Gesù: «Se tu conoscessi il dono di Dio… egli ti avrebbe dato acqua viva» (Gv 4,10).
Un’acqua che sgorga dalla profondità dell’essere, una sorgente che è da sempre e che per sempre sarà. Perché la Vita non nasce e non muore: si trasforma.
E questa verità, dice il Vangelo, è inseparabile dalla libertà: «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8,32).
Una libertà — scrive Eugen Drewermann — «sempre pronta a prendere per mano ciascuno di noi affinché diventi come Dio: una persona che vive in libertà, fondata nell’amore, dipendente in quanto creatura, ma chiamata all’infinità».
Forse allora il nostro cammino non consiste nel trovare Dio da qualche parte,
ma nello scoprire che la sorgente era già qui, silenziosa e nascosta, nel luogo più vicino e più dimenticato: il fondo della nostra stessa vita.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 01 Marzo 2026 09:08

II Domenica di Quaresima - Anno A

II Domenica di Quaresima - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Gen 12,1-4a

Dal libro della Genesi
 

In quei giorni, il Signore disse ad Abram:
«Vàttene dalla tua terra,
dalla tua parentela
e dalla casa di tuo padre,
verso la terra che io ti indicherò.
Farò di te una grande nazione
e ti benedirò,
renderò grande il tuo nome
e possa tu essere una benedizione.
Benedirò coloro che ti benediranno
e coloro che ti malediranno maledirò,
e in te si diranno benedette
tutte le famiglie della terra».
Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore.


Salmo Responsoriale Sal 32 (33)

Donaci, Signore, il tuo amore: in te speriamo.

Retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;
dell'amore del Signore è piena la terra.

Ecco, l'occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.

L'anima nostra attende il Signore:
egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore,
come da te noi speriamo.

 
Seconda Lettura  2Tim 1,8b-10
 
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo
 
Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall'eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l'incorruttibilità per mezzo del Vangelo.
 
Canto al Vangelo (Cf. Mc 9,7)

 

Lode e onore a te, Signore Gesù!

Dalla nube luminosa, si udì la voce del Padre:
«Questi è il mio Figlio, l'amato: ascoltatelo!». 

Lode e onore a te, Signore Gesù!

 

Vangelo Mt 17,1-9

Dal Vangelo secondo Matteo
 

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti».

OMELIA
 
Dove conduce un cammino eminentemente umano? Ad essere divini.
Gesù è stato l’uomo talmente umano da fare esperienza di sé come Dio: ‘Io e il Padre siamo una cosa sola’ (Gv 10, 30).
Occorre ‘rinascere dall’alto’ (Gv 3, 3), continuamente. Venuti alla luce ora occorre diventare umani.
Sebbene nessuno abbia potuto decidere di venire alla vita, non è possibile vivere da uomini senza decidere di esserlo.
Sì, occorre decidere di “rinascere” a ogni istante: pena restare semplici ghiande, benché dentro di noi vi sia la quercia che avremmo potuto essere.
Gesù è l’uomo che attraverso la morte del sé, ha potuto costatare questa metamorfosi, la trasformazione dell’essere conducendolo di fatto alla croce – ultima stazione dell’amore – e quindi alla pienezza dell’umano.
La vittoria sull’io e sul ‘mio’ è il terreno dove la vita può fiorire.
Questo cammino di pienezza, di compimento, di metamorfosi spetta ora a ciascuno di noi. Siamo bruchi chiamati a volare come farfalle, previa la morte del sé. Ma attenzione: non è data ‘trasfigurazione’ per chi vive nella distrazione: «L’immortalità è assenza di distrazione» (dalla tradizione indù).
Se intraprendiamo questa via della consapevolezza di ciò che possiamo essere e viviamo radicati nell’amore, lentamente, senza accorgercene, divenute persone umane complete – trasfigurate – ci ritroveremo a vincere anche l’ultimo ostacolo che ci si parerà dinanzi, la morte.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 22 Febbraio 2026 10:19

I Domenica di Quaresima - Anno A

I Domenica di Quaresima - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Gen 2,7-9; 3,1-7

Dal libro della Genesi
 

Il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente.
Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male.
Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: "Non dovete mangiare di alcun albero del giardino"?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: "Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete"». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male».
Allora la donna vide che l'albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch'egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.


Salmo Responsoriale Sal 50 (51)

Perdonaci, Signore: abbiamo peccato.

Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;
nella tua grande misericordia
cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro.

Sì, le mie iniquità io le riconosco,
il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
Contro di te, contro te solo ho peccato,
quello che è male ai tuoi occhi, io l'ho fatto.

Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza
e non privarmi del tuo santo spirito.

Rendimi la gioia della tua salvezza,
sostienimi con uno spirito generoso.
Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode.

 
Seconda Lettura  Rom 5,12-19
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
 
Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato.
Fino alla Legge infatti c'era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire.
Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti. E nel caso del dono non è come nel caso di quel solo che ha peccato: il giudizio infatti viene da uno solo, ed è per la condanna, il dono di grazia invece da molte cadute, ed è per la giustificazione. Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l'abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo.
Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l'opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.
 
Canto al Vangelo (Mt 4,4b)


Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!
 
Non di solo pane vivrà l'uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. 
 
Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!

 

Vangelo Mt 4,1-11

Dal Vangelo secondo Matteo
 

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di' che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: "Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio"».
Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: "Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra"». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: "Non metterai alla prova il Signore Dio tuo"».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: "Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto"».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

OMELIA
 
Gesù nel deserto ci viene sospinto nientemeno che dallo Spirito. E lì vi rimane come una necessità. Di certo avrebbe preferito – come ciascuno di noi – un giardino, che è l’altra faccia del deserto: ordine, ombra, acqua, riparo. Invece qui tutto è nudo, essenziale, spietatamente vero.
Ed è qui che Gesù incontra ciò che siamo soliti chiamare male, negatività, ombra. Fuori e dentro di sé. Non perché il male nasca nel deserto, ma perché lì non ha più dove nascondersi.
Nei giardini quotidiani il male resta come sullo sfondo, coperto dal rumore, dalle occupazioni, dalle parole inutili. Invisibile, ma operante. Nel deserto, invece, nel silenzio e nella quiete, il male si manifesta. Non può più mimetizzarsi. Si fa esperienza diretta.
Per questo abbiamo bisogno di tempi di deserti. Di tempi sottratti, di silenzio, di spazi non produttivi. Abbiamo bisogno di incontrare la nostra ombra, di chiamarla per nome, di smettere di far finta che non esista. Stare faccia a faccia con ciò che in noi è storto, fragile, contraddittorio. E – passo decisivo – imparare a sorridere al nostro peggio.
Altrimenti restiamo prigionieri di una tensione sterile: voler diventare sempre migliori, più buoni, più giusti. E alla fine solo più frustrati. Perché ciò che non viene accolto ritorna. Ciò che non viene guardato comanda.
Vivere nel caos, nel rumore, nella fretta significa restare in superficie. È fare surf sulla vita illudendosi di abitare un giardino, quando in realtà si sta solo evitando la profondità. Occorre ritirarsi. Silenziare l’“io” e il “mio”. Silenziare la mente, cioè il commento incessante, il giudizio continuo su ciò che è stato, su ciò che accade, su ciò che potrebbe accadere. Quel brusio che ci impedisce di essere presenti.
Ma come si fa?
Tutte le tradizioni spirituali concordano su un punto essenziale: bisogna imparare a stare nel vuoto. Non riempirlo, non scappare. Starci. E così sperimentare che lo si può abitare: ‘Fai un passo sul vuoto ed esso ti sosterrà’ (Dogen).
Fare esperienza del vuoto alimentare attraverso il digiuno, del vuoto mentale nella meditazione, del vuoto affettivo quando gli appigli emotivi vengono meno. Stare senza compensazioni. Stare senza. Sì, il silenzio ti insegna che puoi vivere anche ‘stando senza’.
Perché vuoto di sé, quando cadono gli appoggi e si sgretolano le identità di fortuna, emerge l’unica cosa necessaria: il vero Sé. La matrice originaria. Ciò che siamo prima dei ruoli, prima delle maschere, prima delle prestazioni. Ciò che siamo prima di diventare.
Ed è qui che si gioca la vera lotta. Perché dentro di noi abita un “diavolo”, nel senso più radicale del termine: ‘colui che separa’, separarci da noi stessi. Facendoci credere di essere altro rispetto a ciò che siamo. Convincendoci che siamo i nomi che ci hanno dato, i titoli conquistati, il denaro accumulato, le relazioni selezionate, le prestazioni offerte. Abbiamo smarrito il nostro vero nome. Non sappiamo più chi siamo. E allora sì: non sappiamo più chi diavolo siamo!
Questa è l’unica grande tentazione del ‘maligno’: farti credere di essere ciò che non sei.
Come dice Pablo d’Ors, «una tentazione non è altro che una distrazione biografica, così come una distrazione non è che una tentazione mentale». Il deserto smaschera entrambe.
Amare il deserto, allora, non come ideale spirituale, ma come luogo di verità. Amarlo soprattutto quando non lo scegliamo noi, quando ci viene imposto dalle circostanze della vita – dallo Spirito appunto. Perché se potessimo sceglierlo, molto probabilmente opteremmo per un deserto a cinque stelle, con vista mare. Ma quello non trasforma. Quello consola. Il deserto vero, invece, ci restituisce a noi stessi. E questo basta.

 
Paolo Scquizzato
 

La vita di s. Benedetto, dataci da s. Gregario Magno, ha un carattere mistagogico. Sembra ormai tramontato il genere mistagogico propriamente detto, com’era presso Leone Magno, Ambrogio, Cirillo, ecc., forse anche per gli sviluppi nuovi assunti dalla disciplina dei sacramenti dell’iniziazione cristiana. La mistagogia troverà un campo, forse più proprio che nei tempi precedenti, nel genere agiografico, in cui Bibbia e liturgia trovano la loro immediata espressione vitale ed esistenziale. La pietà popolare, che era sempre più l’ambito normale e più consono alla presenza degli stessi grandi vescovi, esigeva una risposta di fede sempre più «visiva», alla portata della semplicità di fede dell’uditorio di quel travagliato sesto secolo. La vita monastica, così legata alla tradizione popolare, troverà nella descrizione delle vite dei santi il genere più qualificato per edificare nella fede le varie comunità. Lo stesso commentario biblico si risolverà nel leggendario dei santi. Sono essi, i santi, i modelli in cui rivivono le gesta dei patriarchi, dei profeti, degli apostoli, ma soprattutto di Gesù. Se per un verso questo sforzo apre la vita a una forte «moralizzazione» della storia della salvezza, c’è peraltro da affermare che l’agiografia quando trovava un padre illuminato, come ad esempio s. Gregario Magno, poteva veramente essere la risposta più esauriente e più concreta di quanto la Parola di Dio esigeva nel suo «oggi» esistenziale. La “Leggenda dei santi” previene in certo modo lo sforzo odierno dell’ermeneutica sul rapporto della Bibbia con la storia e il vissuto quotidiano condotto e letto alla luce della Parola di Dio. L’agiografia insomma si poneva come “genere letterario” che ripresentava con movimento quasi autonomo, quel “senso spirituale” della santa scrittura così fondamentale per l’esegesi dei Padri.

Seguiamo la narrazione che Gregorio Magno ci fa del transito di s. Benedetto. Sembra importante la constatazione che s. Gregorio, quando parla della morte degli “uomini di Dio”, usi normalmente il termine “exitus” o “transitus”.

«Sei giorni avanti la sua morte si fa aprire il sepolcro. Subito assalito da febbre, cominciò ad essere tormentato da ardentissimo calore. Poiché di giorno in giorno s’era aggravato lo sfinimento, il sesto giorno si fece trasportare dai discepoli nell’oratorio, ed ivi, dopo essersi fortificato per il suo transito ricevendo il corpo e il sangue del Signore, sostenute le deboli membra tra le braccia dei discepoli, in piedi, le mani levate al cielo, nella preghiera, esalò l’ultimo respiro».

A due fratelli che non avevano potuto assistere al transito di Benedetto apparve la manifestazione di una visione:

«Videro una via tappezzata di drappi e splendente d’innumerevoli luci. Una voce di personaggio misterioso che diceva: Questa è la via per la quale Benedetto, l’amico di Dio, è salito al cielo».

Per ben comprendere “l’ascensione di Benedetto al cielo”, bisogna notare qual è l’iter spirituale che egli percorre. Notiamo i vari aspetti.

A) L’ESODO DI BENEDETTO DAL MONDO

La narrazione del transito di s. Benedetto si pone come epilogo della vita dell’uomo di Dio che inizia con una «uscita» – egressus – dal mondo per piacere totalmente a Dio. Anche Benedetto come Abramo, lascia tutto per obbedire alla voce di Dio. È importante notare che tutto il prologo del libro II dei dialoghi è ritmato da una logica di “transitus”; lo stesso “Cursus” del periodo:

«Aetatem quippe moribus transiens...dispexit iam quasi aridum mundum cum flore...retraxit pedem...Despectis itaque litterarum studiis, relicta domo...soli Deo piacere desiderans sanctae conversationis habitum quaesivit».

L’esperienza dell’abitazione nello speco sublacense è come il coronamento di questo «esodo» di Benedetto dal mondo. Ma Gregorio Magno è profondamente conscio dell’ambiguità spirituale contenuta in questo «exodus» di Benedetto dal mondo quando interiorizza fin dall’inizio della “vita Benedicti” l’esperienza di deserto del suo eroe nella formula «habitavit secum». Ormai il deserto nella sua fisicità è posposto al deserto interiorizzato, a vantaggio di un servizio ecclesiale bene qualificato. Ed è il primo quesito del libro II dei Dialoghi.

«Pertanto il venerabile Benedetto – spiega Gregorio – in quella solitudine abitò con se stesso, perché tenne in custodia se stesso nella clausura del pensiero; mentre ogni volta che l’ardore della contemplazione lo rapì in alto, lasciò se stesso al di sotto di sé» (L.III,c.III).

Ogni vita monastica che volesse presentarsi come una «fuga mundi» in senso esclusivo è così posta fuori discussione.

B) LA PROSPETTIVA PASQUALE DELL’ESODO

Questo movimento della contemplazione e della carità perfetta porta l’uomo di Dio «sopra di sé». La cena è la prima espressione vitale nella gioia della pasqua che porta fuori dallo speco sublacense Benedetto e lo colloca quale lampada luminosa sul candelabro per illuminare quanti sono nella casa del Signore. Per pasqua, un prete porta l’annuncio dell’alleluia a Benedetto che viveva fuori del mondo; è questa la prima grande nota mistagogica della «vita Benedicti». «Oggi è pasqua, non conviene che tu digiuni!». Da quel momento Benedetto esplica il suo carisma di padre spirituale dei monaci (L. II. c. I). Come la chiesa inizia il suo cammino lungo la storia nella pasqua, così ogni ulteriore espressione di fede dovrà misurarsi con l’esperienza della morte e risurrezione del Signore e col dono dello Spirito. L’esodo iniziale di Benedetto conosce così l’ingresso nella terra promessa, sia pure nel cammino di fede di cui è segno la comunità ecclesiale.
A questo evento ecclesiale di Benedetto, segnato dalla pasqua, che lo fa maestro di monaci, segue una profonda esperienza che noi potremmo chiamare mistica, che Benedetto percepisce poco tempo prima del ritorno definitivo al Padre con la morte. Anche questa esperienza mistica di Benedetto, che si pone come pagina di una altissima intuizione di fede, nella letteratura cristiana di tutti i tempi, verte sulla pasqua come sintesi universale e cosmica, qual è vissuta dal cristiano nella pienezza della fede.

«Benedetto prevenendo il tempo della preghiera notturna, pregava il Signore onnipotente stando in piedi alla finestra; d’improvviso, in quell’ora inconsueta della notte, vide una luce diffondersi dall’alto, fugare per ogni dove l’oscurità notturna e divampare in uno splendore così grande, da vincere la luce stessa del giorno. In questa visione successe una cosa mirabile: tutto intero il mondo fu portato dinanzi ai suoi occhi come raccolto in un unico raggio di sole. In quella luce Benedetto vide l’anima di Germano, vescovo di Capua trasportata in cielo dagli angeli dentro un globo di fuoco».

Nella spiegazione di questa visione, Gregorio fa emergere il riflesso pasquale a livello esistenziale:

«...Rapito nella luce di Dio al di sopra dei propri limiti, l’anima ne è dilatata al di sotto di sé; comprende quanto angusto sia tutto quanto la sua natura terrena non poteva comprendere... Che meraviglia, dunque, che abbia veduto raccolto dinanzi a sé il mondo, poiché sollevato nella luce dell’anima, era fuori dal mondo?».

Che il fenomeno poi sia da ricondursi alla pasqua del Signore lo dimostra il fatto che Benedetto in quella luce «vide l’anima di Germano vescovo, trasportata dagli angeli dentro un globo di fuoco» (L. II e. 35).

C) IL RITORNO AL PADRE DI S. BENEDETTO

Il transito di Benedetto giunge così come un epilogo di questa memoranda storia della salvezza vissuta spiritualmente dall’uomo di Dio, Benedetto. Credo che il genere mistagogico – senso spirituale – si rifletta in tutta la narrazione gregoriana. Il richiamo ai «sei giorni avanti la sua morte» quando Benedetto si fa aprire il sepolcro, ripropone la settimana biblica, in cui il sesto giorno fu creato l’uomo in vista del riposo sabbatico. Ma quel «sesto giorno», conduce ancor più alla morte del Signore e alla sua risurrezione. Benedetto è solidale con il suo Signore perché il sesto giorno si fece trasportare dai discepoli nell’oratorio ed ivi, dopo essersi fortificato per il suo transito ricevendo il corpo e il sangue del Signore, sostenuto dai fratelli, in piedi, le mani levate al cielo, tra le parole della preghiera, esalò l’ultimo respiro. Il richiamo al sacramento del corpo e del sangue del Signore e a Benedetto che, sostenuto dai fratelli – in piedi – ritorna al Padre, pone l’attenzione nostra sull’eucaristia come sacramento pasquale per eccellenza e la comunione fraterna come garanzia che deritualizza – se ce ne fosse bisogno – il sacramento del corpo e del sangue del Signore. La voce misteriosa poi che giunge ai due discepoli lontani, assicura che Benedetto, come Gesù, è asceso anch’egli al cielo : «Questa è la via per la quale Benedetto, l’amico di Dio, è salito al cielo».
Non vorremmo passare sotto silenzio un altro particolare di fede pasquale, che si manifesta nel «transitus» di Benedetto. Un miracolo dopo la morte di Benedetto viene operato nello «speco» ove l’uomo di Dio aveva fatto la sua prima esperienza monastica – era perciò solo spiritualmente presente – e non invece al sepolcro che custodiva il suo corpo. La spiegazione di Gregorio coincide con la beatitudine di Gesù a Tommaso: beati piuttosto quelli che credono senza vedere. E poi la presenza dello Spirito è data ai fedeli con l’ascensione di Gesù al Padre!
La vita di Benedetto dall’«esodo» iniziale, alla quaresima trascorsa nello speco; dalla pasqua quando egli riceve la missione di essere il padre dei monaci, all’esperienza mistica della pasqua come momento unificante della storia – vive l’epilogo nel suo esodo finale, la morte, salutata come «ascensione» al Padre con Gesù Signore.

Siamo sempre più convinti che la narrazione gregoriana della «vita Benedicti» vada al di là di ogni dimensione storicistica e che essa si pone come una pagina viva di storia della salvezza vissuta dall’uomo di Dio, Benedetto.

GLORIA A DIO!

(Benedetto Calati)

 



Domenica, 15 Febbraio 2026 09:16

L'effetto camaleonte (Luciano Sandrin)

Non sempre si riesce a spiegare perché ci si comporti in un determinato modo. Gli psicologi hanno dimostrato nei comportamenti umani l'esistenza di meccanismi inconsci, per cui pensiamo di aver scelto noi di fare ciò che abbiamo fatto. E ciò può essere vero, ma può anche essere una comoda ricostruzione dei fatti...

Nel libro: A tua insaputa, John Bargh, psicologo sociale, dimostra che spesso noi facciamo cose a nostra insaputa. E lo spiega, in particolare, nel capitolo Camaleonti a due zampe. I camaleonti sono animali che cambiano colore, qualcuno afferma per mimetizzarsi nell'ambiente, altri dicono per comunicare il loro "stato d'animo". E sono diventati il simbolo di quelle persone che cambiano comportamento a seconda del contesto, indossando abiti diversi nelle diverse situazioni, pronti a smetterli al cambio di stagione.
L'effetto camaleonte, psicologicamente provato, ci mostra che ciò che vediamo e ascoltiamo ha il fine di farci fare le stesse cose, ci spinge all'imitazione inconsapevole, fuori dal nostro controllo. Spesso, ad esempio, la paura del contagio si trasforma in contagio della paura. La nostra volontà può fare da filtro, ma non sempre questo avviene. «Il comportamento e le emozioni degli altri ci contagiano, - sintetizza il nostro autore - non solo quando ne siamo testimoni diretti, ma anche quando ne leggiamo la descrizione o ne vediamo i segni a cose avvenute», sia per le azioni virtuose che per quelle immorali.
C'è uno stretto legame tra percezione e azione. Le persone si imitano a vicenda inconsapevolmente, senza avere l'intenzione e senza sforzarsi di farlo. L'imitazione degli altri è una tendenza innata, molto utile nel corso dell'evoluzione per la sopravvivenza della specie. E la mettiamo in atto fin da bambini.
L'effetto camaleonte dimostra che vedere può condurre ad agire anche senza passare attraverso il sapere. Favorisce i legami tra le persone, crea simpatia, collaborazione e amicizia. Anche negli interrogatori della polizia: cercare di identificarsi con il "presunto colpevole" porta a migliori risultati e ad avere informazioni più attendibili.
Io guardo molti gialli e, almeno nei film, vedo che funziona. Funziona anche in altri contesti sociali.

Il "mimetismo empatico"
In uno studio olandese è stato chiesto ad alcune cameriere di ripetere ai clienti l'ordine appena ricevuto (una forma di imitazione), oppure di non farlo, senza spiegare loro perché dovessero agire in questo modo. Quelle che avevano ripetuto l'ordine del cliente ricevettero mance molto più generose rispetto a quelle che non l'avevano fatto. Attraverso questo "mimetismo empatico" si era creato tra la cameriera e il cliente una simpatia che aveva portato a una mancia più generosa.
Questo vale anche per la vita sentimentale. Nelle coppie in cui c'è accordo, dopo anni di vita in comune, a forza di condividere emozioni e comportamenti i due finiscono per assomigliarsi sempre di più. Per cui si può dare un consiglio: «Attenti a chi sposate, perché finirete per assomigliargli».
E chiaro che nell'imitare gli altri dovremmo fare un po' più di attenzione perché non tutti sono affidabili. E finiamo per pentircene quando è troppo tardi. L'effetto camaleonte è meno probabile se imitare gli altri costa troppo. Funziona di più se pensiamo che ce ne venga qualche buon vantaggio. Ed è per questo che molta gente sale sul carro del vincitore, salvo scendere appena si profila all'orizzonte un altro carro con un altro vincitore.

Comportamenti contagiosi
La gentilezza come la maleducazione, l'amore come l'invidia, sono comportamenti fortemente contagiosi e tutto questo avviene "a nostra insaputa", specialmente quando li vediamo nei nostri capi, o nelle persone per noi importanti.
L'effetto camaleonte funziona anche nei social network: le emozioni espresse online sono contagiose come i comportamenti offline, quelli vissuti di persona nel mondo reale. E gli esperti di pubblicità lo sanno molto bene.
Non dobbiamo mai dimenticare che l'effetto del nostro comportamento sugli altri e quello degli altri su di noi, dipende in ultima istanza da noi: «Ciascuno di noi - conclude il nostro autore - è solo un individuo in un mondo di miliardi di persone, una goccia d'acqua in un vasto oceano. Ma l'impatto di un singolo individuo e l'effetto di una singola azione si moltiplicano e si diffondono fino a influenzare molte altre persone. Una goccia diventa un'onda. Le ripercussioni di un singolo atto possono farsi sentire per giorni».
Perché allora non mettere in moto quest'onda ogni volta che ne abbiamo l'occasione?

Luciano Sandrin

(tratto da Missione Salute N. 5/2020, p. 66)

 

Domenica, 15 Febbraio 2026 09:06

VI Domenica del tempo ordinario - Anno A

VI Domenica del tempo ordinario - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Sir 15,16-21

Dal libro del Siracide
 

Se vuoi osservare i suoi comandamenti,
essi ti custodiranno;
se hai fiducia in lui, anche tu vivrai.

Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua:
là dove vuoi tendi la tua mano.

Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il male:
a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà.

Grande infatti è la sapienza del Signore;
forte e potente, egli vede ogni cosa.

I suoi occhi sono su coloro che lo temono,
egli conosce ogni opera degli uomini.

A nessuno ha comandato di essere empio
e a nessuno ha dato il permesso di peccare.


Salmo Responsoriale Sal 118 (119)

Beato chi cammina nella legge del Signore.

Beato chi è integro nella sua via
e cammina nella legge del Signore.
Beato chi custodisce i suoi insegnamenti
e lo cerca con tutto il cuore.

Tu hai promulgato i tuoi precetti
perché siano osservati interamente.
Siano stabili le mie vie
nel custodire i tuoi decreti.

Sii benevolo con il tuo servo e avrò vita,
osserverò la tua parola.
Aprimi gli occhi perché io consideri
le meraviglie della tua legge.

Insegnami, Signore, la via dei tuoi decreti
e la custodirò sino alla fine.
Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge
e la osservi con tutto il cuore.

 
Seconda Lettura  1 Cor 2,6-10
 
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
 
Fratelli, tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla. Parliamo invece della sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria.
Nessuno dei dominatori di questo mondo l’ha conosciuta; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria.
Ma, come sta scritto:
«Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì,
né mai entrarono in cuore di uomo,
Dio le ha preparate per coloro che lo amano».
Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio.
 
Canto al Vangelo (Cf. Mt 11,25)


Alleluia, Alleluia

Ti rendo lode, Padre,
Signore del cielo e della terra,
perché ai piccoli hai rivelato
i misteri del Regno.

Alleluia, Alleluia

 

Vangelo Mt 5,17-37

Dal Vangelo secondo Matteo
 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!
Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».

OMELIA
 
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a portare a compimento».
Gesù non distrugge la religione dei padri: la attraversa fino in fondo. È figlio dell’ebraismo e, come ogni ebreo, ha creduto che quella tradizione fosse via, verità e vita. Ma nel suo cammino matura una consapevolezza decisiva: riconosce i limiti di un sistema che separa i giudei dai non-giudei, che pensa Dio come possesso esclusivo e che ne subordina l’esperienza a mediazioni obbligate – profeti, sacerdoti, tempio, apparato religioso.
Il battesimo segna una soglia. Un vero passaggio di stato. Dal grembo della religione all’esperienza immediata di Dio. È una deflagrazione interiore: Gesù scopre di essere Figlio.
Da quel momento la mediazione cade. Non più una religione che indica la via, ma un’esperienza che è la via. Non più una verità trasmessa dall’esterno, ma una verità incarnata. Non più una vita promessa, ma una vita vissuta nell’Uno: «Io e il Padre siamo uno».
Per questo può dire: «Io sono la via, la verità e la vita», perché io sono nel Padre e il Padre è in me. Non c’è più un’istanza esterna che stabilisca cosa è lecito o illecito, cosa si deve o non si deve fare. Ora la decisione nasce dalla coscienza, istante per istante. Libertà dal passato, libertà per il futuro. Essere uno con l’Uno.
E qui sta lo scandalo più grande: questa esperienza non è riservata a Gesù. È possibile a tutti. Questa è la libertà dell’essere umano. Tutti possiamo dire: io sono via, verità e vita, perché partecipiamo della stessa natura divina. «Chi si unisce al Signore forma con lui un solo Spirito» (1Cor 6,17).
Impastato di divino, l’essere umano può agire da Dio, senza appoggiarsi a mediazioni esterne vendute come “volontà di Dio”, a patto di lasciar cadere ciò che impedisce alla sua natura autentica di esprimersi: il mio e l’io.
Per questo Gesù dice: «Il vostro parlare sia “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».
Quando si prende coscienza di essere uno nell’Uno, nulla di ciò che accade è fuori da questa unità.
Arnaud Desjardins rilegge così: dite: ciò che è, è; ciò che non è, non è. Il resto viene dal mentale.
La questione, allora, è restare con ciò che è. Con la vita nella sua interezza, luminosa o tenebrosa che sia. Riconoscere la realtà.
Non ciò che dovrebbe essere, ma ciò che è – come insegnava Swami Prajnanpad.
La sofferenza nasce quando il mentale si sovrappone al reale: dovrebbe essere diverso, non posso accettare ciò che accade.
È questo il “maligno”: il mentale che rifiuta la realtà e ci fa vivere di proiezioni, emozioni, illusioni, rabbia, frustrazione.
Accogliere ciò che è non significa tollerare tutto o subire. Significa guardare la realtà senza sovrastrutture mentali e, da lì, agire con lucidità e responsabilità, trasformando ciò che può essere trasformato.
Non contro la vita, ma dentro la vita.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 15 Febbraio 2026 08:58

V Domenica del tempo ordinario - Anno A

V Domenica del tempo ordinario - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Is 58,7-10

Dal libro del profeta Isaia
 

Così dice il Signore:
«Non consiste forse [il digiuno che voglio]
nel dividere il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza trascurare i tuoi parenti?
Allora la tua luce sorgerà come l’aurora,
la tua ferita si rimarginerà presto.
Davanti a te camminerà la tua giustizia,
la gloria del Signore ti seguirà.
Allora invocherai e il Signore ti risponderà,
implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”.
Se toglierai di mezzo a te l’oppressione,
il puntare il dito e il parlare empio,
se aprirai il tuo cuore all’affamato,
se sazierai l’afflitto di cuore,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce,
la tua tenebra sarà come il meriggio».


Salmo Responsoriale Sal 111 (112)

Il giusto risplende come luce.

Spunta nelle tenebre, luce per gli uomini retti:
misericordioso, pietoso e giusto.
Felice l’uomo pietoso che dà in prestito,
amministra i suoi beni con giustizia.
 
Egli non vacillerà in eterno:
eterno sarà il ricordo del giusto.
Cattive notizie non avrà da temere,
saldo è il suo cuore, confida nel Signore.
 
Sicuro è il suo cuore, non teme,
egli dona largamente ai poveri,
la sua giustizia rimane per sempre,
la sua fronte s’innalza nella gloria.

 
Seconda Lettura  1 Cor 2,1-5
 
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
 
Io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso.
Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.
 
Canto al Vangelo (Cf. Gv 8,12)


Alleluia, Alleluia

Io sono la luce del mondo, dice il Signore;
chi segue me, avrà la luce della vita.

Alleluia, Alleluia

 

Vangelo Mt 5,13-16

Dal Vangelo secondo Matteo
 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli». 

OMELIA
 
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Nell’antichità il sale veniva applicato sulle ferite come antisettico e antidolorifico: bruciava, sì, ma proprio quel bruciore impediva alla ferita di infettarsi e ne favoriva la guarigione. Non è un dettaglio secondario. Il profeta Isaia lo traduce in linguaggio spirituale quando scrive:
«Se tu dividerai il pane con l’affamato, introdurrai in casa i miseri, i senza tetto, vestirai uno che vedi nudo, allora la tua ferita si rimarginerà presto» (Is 58,8).
È un passaggio sorprendente. La cura dell’altro, il gesto che solleva chi è precipitato nel fango e nel non-senso, diventa cura delle nostre stesse ferite. Come se la guarigione non fosse mai un fatto privato, intimistico, ma un movimento che passa attraverso l’altro.
E in fondo, chi di noi non porta dentro piaghe esistenziali? Ferite antiche, magari inferte nell’infanzia, oppure prodotte da amori storti, attese tradite, parole che hanno scavato più di quanto ammettiamo. Ferite causate dal dolore subìto, ma anche da quello arrecato. Il vangelo di oggi non propone scorciatoie: indica una strada che passa attraverso il sale.
Il sale – il balsamo dell’amore – versato sulle ferite dell’altro, è ciò che lentamente rimargina le nostre.
Se non diamo sapore alla vita altrui, finiamo col perdere il gusto della nostra. La vita diventa allora insipida, scialba, priva di densità, come una storia che scorre senza lasciare traccia. Senza ingenuità però: perché sappiamo bene che amare non è indolore. L’amore, prima o poi, brucia. Brucia come il sale sul vivo di una ferita. Ma proprio lì avviene la guarigione.
«Voi siete la luce del mondo» (v. 14). Anche qui è Isaia a offrirci la traduzione concreta di cosa significhi essere luce:
«Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se offrirai il pane all’affamato, se sazierai chi è digiuno, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio» (vv. 9-10).
La luce non è un possesso, ma un effetto. Saremo luminosi solo nella misura in cui cominceremo a illuminare gli altri. Se non lo facciamo, lentamente ci spegniamo anche noi. Il bene compiuto verso l’altro alimenta la nostra lampada; senza questo olio, la fiamma si affievolisce.
Non a caso, nella Chiesa primitiva i battezzati venivano chiamati “gli illuminati”: non perché superiori, ma perché impregnati di Gesù, la luce. Eppure, questa illuminazione non è mai per sé. Siamo stati illuminati per far uscire dal buio i fratelli. Una luce trattenuta, ripiegata su sé stessa, è una contraddizione.
Una vita vissuta nell’oscurità dell’egoismo, coperta da un secchio – il moggio del vangelo – è una vita destinata a spegnersi. Anche una vita apparentemente tranquilla, consumata nell’ombra, nel nascondimento del proprio quieto vivere centrato su di sé, finisce per spegnersi nell’insignificanza.
Gesù mostra che la vita capace di illuminare il mondo e di dare sapore alla storia è quella che ama sino alla fine, quella che ha il coraggio di salire su quel candelabro che è la croce (v. 15).
Una vita che è “venuta alla luce”, ma che non si alimenta dell’olio dell’amore – facendo così luce a tutti coloro che le stanno intorno – si spegne presto. Rimane biologicamente in vita, forse religiosamente attiva, ma interiormente morta, anche se detta vivente.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 01 Febbraio 2026 08:51

IV Domenica del tempo ordinario - Anno A

IV Domenica del tempo ordinario - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Sof 2,3; 3,12-13

Dal libro del profeta Sofonia
 

Cercate il Signore
voi tutti, poveri della terra,
che eseguite i suoi ordini,
cercate la giustizia,
cercate l'umiltà;
forse potrete trovarvi al riparo
nel giorno dell' ira del Signore.
«Lascerò in mezzo a te
un popolo umile e povero».

Confiderà nel nome del Signore
il resto d'Israele.
Non commetteranno più iniquità
e non proferiranno menzogna;
non si troverà più nella loro bocca
una lingua fraudolenta.
Potranno pascolare e riposare
senza che alcuno li molesti.


Salmo Responsoriale Sal 145 (146)

Beati i poveri in spirito.

Il Signore rimane fedele per sempre 
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri

Il Signore ridona la vista ai ciechi, 
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri.

Egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione.

 
Seconda Lettura  1Cor 1,26-31
 
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
 
Considerate la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili.
Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio.
Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore.
 
Canto al Vangelo (Mt 5,12a)


Alleluia, Alleluia

Rallegratevi ed esultate,
perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.

Alleluia, Alleluia

 

Vangelo Mt 5,1-12a

Dal Vangelo secondo Matteo
 

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

 

OMELIA
 
La felicità – intesa come pienezza di vita – accade a chi impara a mollare la presa.
Il vuoto che si crea dentro non è mancanza, ma spazio ospitale: è la via segreta della pienezza. Lasciare andare, staccarsi, allentare il controllo è ciò che rende possibile l’essere raggiunti. Felici coloro che non affidano la propria gioia a qualcosa di esterno, perché la felicità non si conquista: è sempre un effetto collaterale. Arriva quando smetti di inseguirla. Quando l’io e il mio si fanno silenzio, scopri che felice lo eri da sempre.
Beati coloro che imparano a fare lutto nella propria vita.
A piangere le persone perdute, le occasioni mancate, ciò che non si è potuto vivere – per colpa propria o altrui. A piangere il dolore subito e, con maggiore fatica, quello inflitto. Piangere è dare un corpo alla tristezza, permettere all’anima di drenare, di non stagnare.
«È triste piangere per ciò che si è sofferto, ma è più triste non piangere affatto, perché questo significa non aver amato. Chi piange esprime disperatamente il suo amore: per la luce velata dall’avversità. Chi piange lascia andare il dolore, e così si consola» (Pablo d’Ors).
Ci sono cose che non si vedono se non con occhi che hanno pianto (Louis Veuillot).
Mite è chi ha pianto a sufficienza da ripulire lo sguardo e vedere la realtà per ciò che è.
La mitezza comincia da sé: dal trattarsi con delicatezza, dal perdonarsi senza violenza, dal fluire con la vita invece di opporle resistenza. Lasciarla passare, come passa il fiume.
«Non voglio diventare migliore, voglio sorridere al mio peggio» (Chandra Candiani).
Giusto è chi vive secondo la propria natura (Platone).
Dovremmo essere affamati e assetati di compierci per ciò che siamo, senza rincorrere i sogni degli altri. Imparare a sostare nella propria incompletezza: solo così potremo lottare perché anche gli altri giungano alla loro. Perché non esiste felicità autentica dentro l’infelicità altrui.
La prima misericordia va esercitata verso sé stessi.
Occorre mettere a tacere il super-io, quel giudice inflessibile che ci abita e che alimenta sensi di colpa devastanti ogni volta che non siamo all’altezza dei nostri ideali.
«Neanch’io ti condanno» – dice Gesù alla donna sorpresa in adulterio – «va’ e d’ora in poi non fallire la vita».
Solo chi è misericordioso con sé stesso incontrerà misericordia. Chi si perdona può iniziare a perdonare. E perdonare significa riconciliarsi con ciò che si è stati e con ciò che si è.
Beato chi ha un cuore puro: incapace di secondi fini, capace di dire ciò che intende dire, e di amare lasciando libero l’amato.
Kierkegaard definisce la purezza di cuore come il desiderare una cosa sola. Siamo ingolfati da desideri a cui affidiamo la nostra felicità. Eppure l’unico desiderio che non tradisce è desiderare ciò che siamo, qui e ora: unico porto sicuro da cui salpare verso un oggi colmo di possibilità.
«Chi è in guerra con sé stesso è in guerra con il mondo intero» (Gandhi). E viceversa.
Si diventa operatori di pace quando si accoglie la propria polarità, altro nome della contraddizione. Tutto è polarizzato: inspiro ed espiro, unico modo per vivere. Notte e giorno, unico modo perché il tempo si compia. Morte dell’inverno e vita dell’estate.
Saremo in pace quando sapremo armonizzare gli opposti che ci abitano e riposarci in essi. A volte, per raggiungere un punto, occorre mirare decisamente altrove. Come nel tiro con l’arco: la freccia vola lontano solo perché il braccio si tende con forza in direzione ostinata e contraria. I conflitti vanno attraversati creativamente, non evitati, se vogliamo che si trasformino.
La causa di Dio agonizza sempre in questo mondo.
Le persone luminose sono tollerate finché non fanno rumore. Quando lo fanno, vengono fraintese, derise, perseguitate. La loro santità sta nel modo in cui fanno tana dentro tutto questo.
Il santo, l’essere maturo, è colui che ha imparato a stare: diritto come un albero, con radici profonde, nella calma e nella tempesta, negli applausi e nelle critiche. Sa che lodi e insulti, dal punto di vista dell’essere, non hanno peso. Tutto scorre. Tutto è vapore. E ogni colpo ricevuto lo allontana dall’effimero e lo avvicina all’essenziale.
«Nessuno può fermarlo. Possiede una forza sconosciuta al mondo. Ha lo sguardo fisso sul bersaglio verso cui cammina; tutto il resto è niente» (Pablo d’Ors).

 
Paolo Scquizzato
 
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